Fra i politici Renzi è quello che indulge più di tutti all’uso di figure retoriche, con una inclinazione speciale per le cosiddette figure di parola, quelle cioè che lavorano sul suono, sul significante più che sul significato (anche se ovviamente hanno ripercussioni anche sul significato): allitterazioni, anafore, chiasmi, figure etimologiche, paronomasie, ripetizioni, e altro. Perché lo fa? Perché le figure di parola sono adatte a essere riprese dai media come titoli e si trasformano meglio di altre in slogan facili da ricordare. Ultimamente, però, gli è sfuggita un po’ la mano: ne usa troppe, di continuo, quasi ossessivamente. Prendi ad esempio l’intervista di oggi su Repubblica. Io ne ho contate almeno nove:

  1. Definisce i capicorrente «simboli di un partito che non esiste, ma resiste».
  2. «Enrico sarà (2a) più forte, se il Pd sarà più forte. L’importante è che non si preoccupi di (2b) durare, ma di fare».
  3. «Voglio un Pd che invece di essere pesante, sia pensante».
  4. «Voglio un partito che non sia terra di (4a) conquista per correnti, ma che sappia conquistare i (4b) voti di chi non ci ha votato prima».
  5. «Questo Pd non esiste, resiste».
  6. Di Letta: «Un conto è se punta a durare (6a) “andreottianamente” e un altro se scommette sulle idee “andreattianamente“. […] Ed Enrico sa bene la differenza fra (6b) Andreotti e Andreatta».

Alle figure di parola Renzi poi aggiunge come sempre metafore, immagini, similitudini, che sono le cosiddette figure di pensiero:

  1. «Guardi, la mia immagine è quella del David di Michelangelo. […] Michelangelo, quando gli chiesero come era riuscito a fare quella statua, rispose: basta togliere il marmo in eccesso. Ecco dobbiamo togliere quel che è in eccesso».
  2. «In Italia si guarda il dito e non la luna».
  3. «Ci deve essere un disegno, altrimenti si trasforma in un assalto alla diligenza».
  4. «Il partito si è chiuso in un castello. Quando lo apri, arriva più gente».

Problema: esagerare con le figure retoriche (specie quelle di parola) rende non solo lezioso il discorso, ma lo svuota, lo fa apparire tanto più vacuo quante più figure usi. Specie se non sei un poeta. Specie se ai giochi di suono e alle immagini non fai corrispondere contenuti concreti, dettagliati, precisi, né argomentazioni stringenti. Va detto: qualche contenuto concreto e qualche argomentazione nell’intervista ci sono, ma inferiori di numero (e assai meno memorabili) rispetto all’overdose di retorica. Suggerirei a Renzi di ricalibrare il dosaggio.