Zadie Smith 35 anni, padre londinese e madre giamaicana, della quale riproduce una raggelante dolcezza, è una scrittrice britannica di talento che in un suo pezzo su La Stampa di ieri – sarà letto dall’autrice questa sera alle 21 a Massenzio – smonta e disvela la così detta creatività come una delle parole chiave imperanti. La Smith comincia citando il critico Raymond Williams che della parola creatività ha rintracciato l’involuzione, partendo dalla creazione come prerogativa degli dei – secondo sant’Agostino creatura non potest creare – ma che a partire dal XVI secolo diventa sinonimo di falso e di imitazione. Mentre ai giorni nostri, sempre secondo Williams, usiamo la parola creatività per celare il dato di fatto che le arti in genere, invece di essere pervase dall’innovazione e dall’originalità, sono dominate “dalla riproduzione ideologica ed egemonica”, ragion per cui “qualunque opera letteraria fasulla o stereotipata può essere chiamata, per convenzione, scrittura creativa, e gli autori di testi pubblicitari possono descriversi ufficialmente come creativi”.

Quindi se Aldo Busi sul Fatto del 22 giugno può denunciare che – ma l’avevamo già fatto smettendo di pubblicare i nostri libri o più semplicemente smettendo di scriverli – “internettiani, giornalisti, finanzieri, politici, critici”, ma anche calciatori, escort e chi più ne ha più ne metta – sono (sembrano, nda) diventati tutti scrittori. E difatti secondo Zadie Smith sono diventati creativi anche i pubblicitari, i facitori di branding creativo, e persino i disinfestatori che escogitano soluzioni creative al problema degli scarafaggi. Questa la ragione per cui, argomenta Zadie Smith, la parola creativo s’è trasformata da aggettivo in sostantivo, tanto è vero che una studentessa di scrittura creativa, nella sua lettera di candidatura alla scuola dove Smith insegna, bellamente afferma: “Sapevo che il mio destino era essere una creativa”.

“Per creare qualcosa, come sapevano gli dei occorre una certa audacia – sottolinea Zadie Smith – ma la scrittura dei miei studenti è una scrittura che mira al piacere; una scrittura (…) che cerca di occupare una presunta nicchia del mercato letterario (…) mentre un vero Creativo non dovrebbe accontentarsi di soddisfare una domanda preesistente (visto & considerato che) al cuore della creatività si trova il rifiuto (…) di rado ciò che è davvero nuovo si insinua con facilità nello stato di cose esistente (…) e trovo difficile coltivare e promuovere negli studenti, soprattutto americani, la disponibilità a rischiare di non piacere”. O a dispiacere tout court aggiungiamo noi, pensando a Grandi Scrittori e a Grandi Artisti in gran parte pervasi, quando non addirittura posseduti dal rifiuto, come Louis-Ferdinand Cèline, Henry Miller, Erik McCormack come quasi tutti ma non tutti i maledetti, non soltanto in campo letterario ma anche in quello dell’arte. Basti solo pensare a Vincent Van Gogh e a molti altri grandi e piccoli artisti d’antan i quali – a differenza degli artisti travet di oggi col cappello perennemente in mano o degli artisti manager, come li de/finisce Lucrezia de Domizio Durini, che dominano il mercato contemporaneo dell’arte – erano per lo più estranei alle logiche di mercato che, almeno in quello della così detta arte con/temporanea, sembra configurarsi, alla faccia di ogni autentica creatività, come vero e proprio mercato finanziario nonché come supposta neo-aristocrazia, ammesso e non concesso che lo sia.