Una partenza inedita per un’edizione storica, con un percorso carico di tradizione e il solito incubo doping da scacciare. Il Tour de France del centenario (questa sarà infatti la centesima edizione, anche se la prima risale al 1903) promette di essere ricco di spunti di interesse. A cominciare dalla sua partenza, oggi pomeriggio in Corsica, l’isola francese dimenticata dalla Grande Boucle, che non ci era mai passata neppure di sfuggita in oltre un secolo di storia. A convincere gli organizzatori sono stati soprattutto i soldi messi sul tavolo dall’amministrazione locale: tre milioni di euro per tre tappe, con tanto di trasporto dell’intera carovana (12mila passeggeri e 5mila metri lineari di veicoli) su navi da crociera.

Poi, dal 2 luglio, la corsa tornerà sulla Francia continentale, a Nizza, con la prima (quella a squadre) delle tre cronometro previste. E si comincerà a fare sul serio per la classifica. A differenza di altre edizioni, il percorso di quest’anno sembra studiato per regalare spettacolo: poca pianura e tanti saliscendi nella prima settimana (spesso noiosa in passato); il primo arrivo in salita già all’ottava tappa, a Ax 3 Domaines. Poi, nell’ultima settimana, le Alpi, dove si deciderà la corsa con tre arrivi in salita. Al percorso del Tour del centenario gli organizzatori hanno voluto regalare due salite ‘totem’, quelle che probabilmente più hanno segnato la storia della Grande Boucle: il Mont Ventoux, la montagna ‘lunare’, dove l’asfalto sprigiona calore, la strada si inerpica fino a 1900 metri con pendenze superiori al 20%, e la vegetazione non cresce. Qui nel 1967 morì il britannico Tommy Simpson, stroncato da un cocktail fatale di caldo, doping e fatica.

E poi l’Alpe d’Huez, la salita dei grandi campioni. Entrambe sono indissolubilmente legate al nome di Marco Pantani. Quest’anno a domarle difficilmente saranno corridori italiani: Vincenzo Nibali, straordinario protagonista dell’ultimo Giro d’Italia, non si è lasciato tentare dalla chimera di una doppietta Giro-Tour, e non sarà ai nastri di partenza. Assente anche il campione uscente Bradley Wiggins, fermato da un infortunio al ginocchio, dopo che un’infezione polmonare già lo aveva costretto al ritiro al Giro. I gradi del favorito passeranno a chi nel 2012 l’aveva assistito (suo malgrado) nella conquista della maglia gialla: Chris Froome, britannico originario di Nairobi, fortissimo sia in salita che a cronometro. Un anno fa aveva dato l’impressione di poter puntare alla vittoria, se non ci fossero stati gli ordini di scuderia a stopparlo.

Oggi sarà lui l’uomo da battere. A raccogliere la sfida saranno soprattutto gli spagnoli Alberto Contador (al rientro al Tour dopo la controversa squalifica per doping che lo aveva appiedato nel 2012), e Joaquin Rodriguez (l’anno scorso protagonista al Giro, chiuso al secondo posto). Più defilato Andy Schleck, eterno secondo che insegue ancora la sua prima vittoria al Tour “su strada” (l’edizione 2010 gli è stata assegnata a tavolino per la squalifica proprio di Contador). Partono con ambizioni da podio, ma difficilmente da maglia gialla, anche Ryder Hesjedal, l’eterno Cadel Evans, Jurgen Van den Broeck e Alejandro Valverde.

L’Italia, invece, punterà essenzialmente su Damiano Cunego, che non è mai riuscito a ripetere l’exploit della vittoria al Giro 2004, ma Oltralpe ha sempre fatto vedere buone cose. La speranza, come alla partenza di ogni grande giro, è che si parli solo delle imprese dei corridori e non ci siano scandali legati al doping. Anche se una prima positività c’è già stata. In realtà, il caso di doping non è nuovo ma vecchio di 15 anni: l’Equipe ha rivelato che Laurent Jalabert avrebbe fatto uso di eritropoietina nel corso del Tour de France del 1998 (quello vinto da Pantani). Alcuni campioni di urina prelevati nel corso di quell’edizione, infatti, sono stati conservati, e riesaminati in forma anonima dall’Afld (Agenzia francese di lotta al doping) nel 2004, quando erano stati messi a punto dei test più efficaci per individuare l’epo. Ad inizio 2013 una commissione d’inchiesta del Senato francese ha stabilito di abbinare i campioni positivi ai loro proprietari, e il primo nome reso noto è stato quello di Jalabert. L’ultimo grande corridore francese, che in patria era praticamente un eroe nazionale. Un altro mito che cade. E non sarà l’ultimo: secondo l’Equipe, i campioni riesaminati sono circa 60, e nella maggior parte di essi sono state trovate tracce di epo. In attesa del prossimo scandalo, i fantasmi del ciclismo ritornano anche dal passato.