Il presidente della Confitarma, la Confederazione degli armatori di Confindustria, Paolo D’Amico è indagato, insieme al cugino Cesare D’amico nel procedimento penale relativo a monsignor Nunzio Scarano per evasione fiscale. L’incredibile storia di “monsignor 500 euro” si arricchisce di un nuovo capitolo. L’addetto contabile dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, l’APSA, nato 61 anni fa a Salerno è da tempo indagato per riciclaggio: nel 2009 ha chiesto a decine di persone di scambiare contante con assegni circolari di pari importo che venivano poi versati in banca come donazioni. L’indagine della Procura guidata da Franco Roberti, coordinata dal pm Elena Guarino, è più vasta di quello che sembrava inizialmente.

Gli uomini del Nucleo Tributario della Guardia di Finanza di Salerno coordinati dal colonnello Antonio Mancazzo, dopo avere sentito i finti donatori, si sono chiesti da dove provenissero le banconote da 500 euro che Scarano cambiava in assegni. Si è scoperto così che Scarano oltre ad effettuare una rigogliosa attività immobiliare, dispone di conti correnti all’Unicredit di Roma e anche allo IOR. Proprio su questi conti piovevano bonifici consistenti da parte della famiglia D’Amico e in particolare da Paolo (presidente di D’Amico International Shipping) e dal cugino-socio Cesare. Più scorrevano gli estratti conto di Scarano e più gli investigatori si incuriosivano: gli armatori romani (originari della Campania) dispongono numerosi bonifici sui conti di Scarano.

Ma, quando il monsignore deve restituire la somma di 600 mila euro relativa a un mutuo, invece di disporre un bonifico dal suo conto preferisce versare gli assegni ottenuti cambiando contante per nascondere la provenienza dei fondi. Ad accrescere la curiosità degli investigatori c’è poi un’altra circostanza: talvolta i bonifici dei D’Amico non vanno a finire sul conto Unicredit intestato a Scarano ma su quello, sempre Unicredit, intestato allo IOR, l’Istituto Opere di Religione al centro di un’indagine dei pm Nello Rossi e Stefano Fava della Procura di Roma. Il direttore generale Paolo Cipriani, da tre anni ormai è indagato per violazione degli obblighi formali della normativa antiriciclaggio. Anche il vicedirettore dello IOR, Massimo Tulli, in buoni rapporti con Scarano, è indagato.

La cosiddetta banca del Vaticano è accusata di comportarsi nel territorio italiano come una sorta di fiduciaria bancaria che scherma l’intestatario dei fondi giacenti sui suoi conti. E proprio questo sarebbe accaduto anche per i fondi presso lo IOR di Scarano. Ai magistrati che gli hanno chiesto perché non avesse versato in banca direttamente (senza il finto giro di assegni) i suoi 580 mila euro provenienti dal conto IOR, Scarano ha risposto che non voleva mostrare le sue ricchezze a occhi indiscreti. Il monsignore aveva comprato un immobile bellissimo nel centro di Salerno che – stando a quanto si dice in città – misura più di 500 metri quadrati e vale, dopo la ristrutturazione, circa 4 milioni di euro. Inoltre, insieme al cugino Domenico Scarano e a un terzo socio, Giovanni Fiorillo, si era dato alle costruzioni.

Mediante due società aveva edificato alcuni appartamenti su un suolo vicino al mare di Capaccio e aveva acquistato una casa anche a Pontecagnano, sempre in provincia di Salerno. Tra i cugini però erano sorte delle incomprensioni e Scarano sostiene di aver cercato di celare la provenienza dei soldi proprio per evitare sguardi indiscreti sul suo ricco conto allo IOR. Non certo per nascondere i flussi provenienti dai cugini armatori. Paolo e Cesare D’amico sono indagati per violazione dell’articolo 4 della legge 74 che punisce l’infedele dichiarazione, un reato di scarsa entità. Alcuni flussi diretti ai conti di Scarano partono da conti esteri e gli investigatori stanno probabilmente verificando se su queste somme siano stati assolti tutti gli obblighi tributari.

Scarano ha giustificato quelle somme con l’amicizia che lo lega da sempre ai D’Amico, originari di Salerno. Scarano, prima di seguire la sua vocazione 26 anni fa, lavorava in banca. E sostiene di essere quasi uno di famiglia. I versamenti, ancorché ingenti per un comune mortale, andrebbero interpretati alla luce della ricchezza enorme dei donatori, che figurano tra i principali contribuenti italiani. Anche la provenienza dei bonifici dall’estero, per esempio da Montecarlo, potrebbe spiegarsi con la dimensione multinazionale dei D’amico. I cugini guidano un gruppo fondato nel 1936 che fattura circa 600 milioni di dollari in tutto il mondo. Una parte del business, quello relativo al settore tanker, cioè al trasporto di prodotti petroliferi raffinati, è quotato in borsa dal 2007. D’Amico International Shipping ha uffici a Roma, Genova, Montecarlo, Dublino, Londra, Singapore, Mumbai, Vancouver e sedi di rappresentanza a New York e Tokyo. La società gestisce ben 39 navi.

Nel primo trimestre del 2013, dopo un periodo nero, la società quotata in borsa ha incassato 50,1 milioni di dollari anche se l’indebitamento netto e’ stato di 225 milioni di dollari. Scarano, quando gli hanno contestato i bonifici ricevuti dai cugini D’Amico, ha avuto buon gioco nel sostenere che si tratta solo di atti di generosità e beneficenza da parte di persone che gli vogliono bene e che hanno avuto tanta fortuna. Il monsignore salernitano ha comprato gli appartamenti in centro che concorrono a formare la sua splendida magione dalle suore piccole operaie dei Sacri Cuori ma da tempo sostiene di voler creare a Salerno un centro di assistenza per malati terminali. Inoltre ha già creato una casa di riposo per anziani. E sostiene che è solo questa la ragione per la quale non solo i D’Amico ma anche altri imprenditori e nobili lo hanno aiutato generosamente. Finanziere spericolato o benefattore? I magistrati dovranno sciogliere l’enigma.

da Il Fatto Quotidiano del 28 giugno 2013