Eccoci qui di nuovo all’appuntamento del 26 giugno: la giornata internazionale contro la tortura ci dà ancora una volta lo spunto per notare che in Italia, sebbene se ne parli tanto, si fa ancora troppo poco per contrastare questo crimine.

Come scrivevo lo scorso anno in Italia manca anzitutto una legge che incrimini il reato di tortura. E’ passato ormai un quarto di secolo da quando il nostro paese ha aderito alla Convenzione Onu contro la tortura del 1984, ma ancora non siamo riusciti a darle attuazione.

Da allora sono passati quasi tanti governi quanti anni, decine di progetti di legge sono stati presentati in Parlamento, alcuni disegni di legge sono stati addirittura approvati in una delle due Camere, ma nulla: proprio non si riesce a portare a termine il processo volto alla introduzione del reato di tortura nel nostro ordinamento.

Eppure formalmente tutti si dichiarano a favore dell’introduzione del reato di tortura (una questione di civiltà oltre che un obbligo internazionale assunto dall’Italia!). Dove sta allora il problema? Si tratta davvero solo di impicci burocratici, di governi che cadono, di questioni contingenti o dobbiamo concludere che, al di là delle dichiarazioni, manca in realtà la volontà politica in Italia di fare questo passo?

Un anno fa esatto notavamo (con qualche speranza) che la commissione giustizia del Senato stava esaminando un ennesimo disegno di legge volto a introdurre uno specifico reato di tortura nel nostro ordinamento e che secondo le dichiarazioni del presidente della commissione eravamo ad un passo dalla soluzione. E’ sconfortante notare che siamo di nuovo bloccati. Evidentemente, viene da pensare, reprimere adeguatamente la tortura non è una priorità nel nostro paese.

Non si tratta peraltro solo di punire, per contrastare la tortura ancor più essenziale è agire sul piano della prevenzione. In questo senso occorre dare atto del passo avanti fatto dall’Italia in questo anno, con la recente ratifica, il 3 aprile scorso, del Protocollo opzionale delle Nazioni Unite in materia di tortura (Opcat), che dovrebbe portare tra l’altro alla creazione di un Garante nazionale dei diritti dei detenuti.

Introdurre un meccanismo nazionale interno di monitoraggio delle carceri e degli altri luoghi di privazione della libertà è particolarmente importante in Italia alla luce della disastrosa situazione delle nostre carceri, sovraffollate e spesso teatro di abusi e violenze (e per cui L’Italia è stata recentemente condannata dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo).

Come ben messo in luce dalla Dichiarazione sulla prevenzione della tortura adottata in occasione di un incontro organizzato dall’Università di Milano-Bicocca alla presenza di uno dei membri del Comitato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Víctor Manuel Rodríguez Rescia, in base al Protocollo l’Italia ha ora un anno di tempo (sino a maggio 2014) per l’istituzione di un meccanismo nazionale di prevenzione della tortura. Non è più tempo dunque di procrastinare le decisioni: è necessario dotare subito l’ordinamento italiano di adeguati strumenti di prevenzione e repressione per combattere la tortura e i trattamenti o le pene crudeli, inumani o degradanti, e “favorire un cambiamento di cultura sociale e istituzionale circa il rispetto della dignità umana come inalienabile valore supremo”.