Siamo tutti potenzialmente sorvegliati. Le mezze smentite e i continui ridimensionamenti ‒ giusto qualche giorno fa Obama ‘assicurava’ che nessuno fruga nelle mail ordinarie ‒ non alleviano il sospetto ma lo rafforzano. È vero che potevano spiarci anche prima, ma per attivare la dispendiosa macchina delle intercettazioni c’era pur sempre bisogno di un motivo (almeno di natura ideologica): lo scrittore del film Le vite degli altri, ad esempio, veniva spiato dalla polizia segreta della Germania dell’Est perché era sospettato di propaganda anticomunista. Oggi invece è diverso: è talmente facile avere accesso ai nostri dati, che ci sorvegliano preventivamente. Il che è come dire: siamo tutti potenzialmente sospettati. Che cosa è cambiato?

In un suo scritto del 1990, Gilles Deleuze poneva l’accento sul passaggio dalla società disciplinare alla società di controllo. Un tempo ‒ prima dell’avvento di Internet ‒ per sorvegliare qualcuno era necessario limitarne i movimenti: è facile controllare un detenuto perché è confinato in una cella minuscola dove è sempre possibile verificare che cosa stia facendo. È appunto la società disciplinare di cui parla Michel Foucault, fatta di ospedali, carceri, fabbriche, scuole, istituti psichiatrici ‒ tutti luoghi essenzialmente chiusi dove non è difficile localizzare qualcuno e sorvegliarne le azioni.

La società di controllo rappresenta però uno sviluppo ulteriore. Oggi, infatti, siamo noi stessi, con un qualsiasi dispositivo (portatili, tablet, smartphone) ad inviare costantemente le coordinate della nostra posizione. Anzi, l’interazione con la rete è possibile solo sulla base di codici e protocolli predefiniti, in base a cui il nostro computer viene identificato (vedi: indirizzo Ip) e tramite i quali possiamo ricevere e scambiare dati. Per accedere a servizi e informazioni dobbiamo anzitutto comunicare chi siamo e (spesso implicitamente) dove ci troviamo. Risultato: per sorvegliarci non c’è più bisogno di incarcerarci.

Il punto è questo: poiché la nostra interazione col mondo è di carattere essenzialmente informatico, ogni operazione risulta in quanto tale tracciabile. Anzi: la tracciabilità è ciò che più di tutto connota il nostro rapporto con il reale. Essa è una ‘misura’ irreversibile e difficilmente può essere cancellata. Si può anzi formulare un autentico paradosso della tracciabilità: nonostante essa sia apparentemente qualcosa di astratto ‒ virtuale e dunque immateriale ‒ è più facile per un assassino distruggere le prove (fisiche) del proprio delitto che non per chiunque eliminare la memoria informatica delle proprie azioni. Esse finiscono per essere più reali del reale. Là dove la realtà dimentica, la rete conserva: mentre la realtà procede per sostituzione (un evento sostituisce il precedente), il mondo virtuale della rete, potenzialmente infinito, procede per accumulazione (le azioni passate convivono con quelle future: tracce che si sovrappongono ma non si annullano).

Dispiacerà a qualcuno, ma non si tratta di un processo evitabile. Tornare indietro è impossibile: chi rinuncerebbe d’altra parte ai benefici e alle facilitazioni che l’uso della rete ci consente? Il punto della questione è un altro: se si è soggetti a un potere è sempre e soltanto perché si esercita un potere altrettanto micidiale. Ma mentre il potere disciplinare è essenzialmente gerarchico, cioè asimmetrico ‒ c’è sempre un padre, un carceriere, un preside, un caporeparto contro il quale è difficile reagire ‒, la società di controllo è una società fortemente simmetrica: le nostre azioni sono tracciabili allo stesso modo in cui lo sono quelle di chi ci malgoverna o ci sorveglia. Edward Snowden, il whistleblower della National Security Agency, ne è la prova. Quanto più ci controllano tanto più aumenta la nostra capacità di controllare loro: il potere non mai stato così vulnerabile.