Un fotografo geniale ha ritratto i grandi del G8 nel meeting di pochi giorni fa a Enniskillen (Irlanda del Nord). Essi appaiono come figure di Magritte su un fondale di case e natura finte. E tutti (nove uomini e una donna) sono allineati su un asse di legno nero, una sorta di piedistallo elegante e artificiale che poggia su una strada disegnata per l’occasione.
 
G8 Irlanda
L’autore della fotografia, Matt Cardy, ha uno straordinario istinto per l’immagine. Questa è, allo stesso tempo, nuova, storica, e drammaticamente rivelatrice. Oppure il fotografo è un professionista fortunato: lui ha piazzato la camera, e il potere del mondo si è messo in posa senza camuffamenti e pretese. E ha mostrato che non esiste.
 
Infatti voi vedete, da sinistra, Barroso, presidente della Commissione Europea, che non può dare alcuna direttiva, vedete Abe, il premier giapponese, che sta inutilmente accanto ad Angela Merkel come se fossero in viaggio per caso. Cameron è l’unico alto come Obama e come Letta. Ha accanto da una parte Harper del Canada e dall’altra Van Rampuy, di cui siamo abituati a dire che è presidente dell’Europa, titolo che non è né vero né falso. Hollande di Francia è il più piccolo, ma l’espressione è la stessa.
 
Ognuno sta pensando a un suo tormentoso problema, che non riguarda gli altri. Il valore di questa immagine è grande perché la rivelazione è a due vie.
La prima ci porta a capire che nessuno di loro può dare un’ordine, una direttiva o un aiuto agli altri, e controlla a malapena il proprio Paese. Ma ognuno di essi può commettere errori gravi e spingere fuori equilibrio almeno uno dei suoi vicini. Si aggira, nell’Europa qui rappresentata, molta solitudine, un forte potere negativo e nessuna influenza benefica, neppure di Obama.
La seconda ci spinge in un vicolo cieco: se non loro, chi comanda?

La strana trovata del piedistallo nero per le figurine che vediamo stagliarsi contro un cielo nordico non promettente, sembra offrire le figurine di un gioco. Che cosa sappiamo del gioco? Poco, e con nozioni confuse. Faccio un esempio. Sappiamo che la più potente di quelle figurine è Obama. Ma sappiamo che deve negoziare tutto, e negoziando cambiare e cambiando cedere, e alla fine allontanarsi dallo scopo del negoziato.

Prendete l’Afghanistan. Obama non può restare e non può andarsene. Mai stato più stretto e immobilizzato un grande potere? Faccio un altro esempio. La figurina di Letta, primo ministro italiano, è sostenuta dalla maggioranza più ampia che vi sia in un Paese democratico occidentale. Eppure il suo potere è minimo, quasi niente. Deve evitare movimenti bruschi, non commettere errori, parlare con rarefatta e calcolata prudenza e restare in attesa. Quello che conta lo deciderà per lui o un altro personaggio, che è fuori del governo e dunque – apparentemente – fuori dal potere esecutivo. Oppure la magistratura , che è un potere diverso, e segue ragioni diverse che però potrebbero interrompere tutti il poteri di Letta in un istante per il quale nessuno (cittadini o governo) decide o vota. Diciamo che noi siamo il caso più strano, un governo a termine, senza termine, un governo democratico che, per esistere e per finire non dipende dal voto.

Esiste però un’unica regola per il gioco sull’asse nero fotografato nel villaggio di Enniskillen. Ognuno è in bilico fra margini minimi, deve restare in un equilibrio quasi perfetto e meno agisce, meno fa danno. Nessuno può soccorrere l’altro. E anche se ciò che avviene fuori da quel villaggio (Siria, Libia) può danneggiare tutti, nessuno può o deve risolvere il problema.

Nessuno da solo, nessuno insieme. Diciamo che la guida americana è finita in Afghanistan, con quella strana maledizione (né restare né partire anche se tutti sanno che la conclusione sarà fare finta che la guerra sia finita). Però anche l’autorità, il prestigio, persino la credibilità della Nato, sono improvvisamente scomparse in Libia, quando l’assassinio collettivo, pieno di sangue, di una sola persona, ha spinto tutti nel caos, un caos che dura ancora, come se fosse, alla Macbeth, senza rimedio. Infatti tutti si sono allontanati in fretta per non spiegare, anzi per non sapere.

Cameron? È dentro e fuori, furbo e assente, il suo miglior pregio è non fare, ma questo non lo distingue dagli altri. Hollande è esangue e quando la Francia ha uno scatto, è uno scatto locale, con effetti locali (e non grandi come in Mali), con conseguenze limitate. Del canadese Harper non sappiamo nulla, nel senso che non c’è stato evento di cui sia stato parte, autore, mediatore o anche solo presente. Ci restano i due “potenti”, regionale e mondiale, Merkel e Obama.

Il potere della Merkel è fermo, nel senso di immobile. La sua visione del futuro ha il segno meno, non come visione di una vita diversa, ma come regola per gli altri. Merkel non ha fiducia e non dà fiducia. Si è incaricata di essere portiera severa di un edificio rigoroso. La felicità non è il suo compito. Conta il regolamento. La differenza fra Obama e gli altri non è neppure misurabile. Tutti, tranne lui, sono “carisma zero” (per ripetere il grido dei bambini in bicicletta nell’indimenticabile film E.T.). Eppure il forte carisma, il realistico istinto politico, la visione quasi profetica di questo presidente americano non sembrano toccare popoli delusi e scontenti che possono occupare ma non gestire spazi sempre più desolati.

Chi comanda allora? Forse il complotto segreto di banche, finanza e malaffare. Forse nessuno, nel senso che le ricchezze sono già separate dagli uomini. E agli uomini (intendo dire: tutti noi) viene ricordato – forse in automatico, da voci pre registrate – che devono pagare di più e lavorare di meno. O per niente. Teoricamente è impossibile. Ma la gente continua a farlo, come sotto l’effetto di uno strano ipnotismo. Segno che per il momento non ci saranno ribellioni.

Il Fatto Quotidiano, 23 Giugno 2013