Il cartello di una ragazza raccoglie i pensieri che agitano le folle in marcia nelle città del Brasile: “Dilma, ma non eri una di noi?”. Malgrado la biografia che inquieta, in un certo modo non lo è mai stata. Adesso prova ad avvicinarsi con l’impaccio della manager che sa programmare e far di conto ma non ama le tribune che incantavano Lula, il più amato ieri, il più amato ancora oggi.
57 brasiliani su cento lo rivorrebbe presidente, subito, elezioni 2014, mettendo da parte la ricandidatura annunciata dalla Rousseff che nel confronto si ferma al 32. Per 7 giorni ha taciuto mentre le rivolte si allargavano. Al telefono Lula la invitava a “fare qualcosa”. Si sono incontrati, Dilma voleva capire cosa. L’idea era mandare in tv il ministro dello Sport o dei Trasporti, quei 25 centesimi d’aumento sui biglietti dei bus: in apparenza hanno scatenato il pandemonio.
In apparenza, perché il malessere cresce nella solitudine delle città mostro dove sopravvivono nuova piccola e media borghesia. Il Brasile cresce nell’immagine internazionale e nei giochi dell’economia, nella gente no. Forse con la voglia segreta di affacciarsi al teleschermo, Lula l’ha pregata di rispondere alle domande che salivano dalle strade. Nessuna delega, lo Stato è lei e lei deve spiegare. Franklin Martin, già ministro della Comunicazione è il giornalista giusto per scrivere il discorso, consiglio del vecchio presidente. E finalmente Dilma parla. Annuncio amichevole e sottile sul Brasile che ha lottato duramente per diventare democratico ed ecco che liberamente la democrazia si manifesta in una protesta “della quale siamo orgogliosi”. Il segretario del suo Partito dei Lavoratori (Pt) si mescola addirittura ai ragazzi (non solo ragazzi) annunciando di condividerne le proteste. Perché il timore della sinistra al governo (ma anche di Cardoso leader della conservazione) è sollecitato dalla mancanza di un leader riconoscibile nel movimento che ogni giorno si allarga. Vuoto pericoloso. Tentazioni populiste per i volponi politici di ogni colore: saltare nella folla per guidarla chissà dove.

Il miracolo di Lula che Dilma ha globalizzato consolidando il Brasile fra le economie più dinamiche nel panorama avvilito della finanza mondiale, questo miracolo non ha avuto ricadute razionali sulle nuove generazioni che si affacciano nel timido benessere. E poi Dilma non ama mescolarsi. Ruvida ma solo quando lavora. Appartata quasi sempre. Ed anche permalosa. Quando va in visita alla Casa Bianca immaginava un pranzo di gala per l’accoglienza che non doveva essere troppo diversa da quella che Obama aveva riservato a Cameron, premier inglese. Invece colloquio formale: salone ovale, caminetto, strette di mano. Nessuna chiacchera fuori protocollo. Si racconta sia tornata furibonda.

Il cartello della ragazza immaginava un passato che avvicinasse la signora presidente al furore della sua protesta: Dilma non è mai stata così. Dura, radicale, ha affrontato prigione e torture del regime militare nella dignità silenziosa di una signorina di buona famiglia. Padre bulgaro e gigante delle costruzioni, collegio di suore, morbida vita familiare alla quale ha voltato le spalle per la clandestinità della guerriglia. Consigliere segreto di Dilma José Dirceu, guerrigliero dalle mille facce: l’ultima se l’è fatta ridisegnare all’Avana per tornare nella sua San Paolo quando i militari governavano con la mano dura. Dirceu ha fondato il Pt assieme a Lula e Dilma era lì. Sempre al loro fianco nella scalata alla presidenza del leader operaio.

Al fianco di Dirceu fino a quando uno degli scandali fioriti attorno alla signora che governa ha cancellato dalla politica non solo Dirceu, ma altri ministri di Lula e tanti suoi uomini. Le mani della Rousseff restano trasparenti; forse non sa scegliere gli uomini che il partito propone. Sa sorridere ed essere gentile ma implacabile nel lavoro. Ama letture “non ermetiche” e pittori “non complicati”: Matisse, Caravaggio. Adora Chopin. Insomma, signora di buona famiglia. Se l’ufficio di Caravalho, segretario della casa presidenziale, è soffocato da santi portoghesi e icone di madonne nere, il laicismo di Dilma increspa i rapporti non distesi con la Washington dove le signore del Thea Party affidano lo slancio politico ad un integralismo religioso paranoico.

E poi niente aborti, mai divorziare, mentre Dilma si è sposa due volte. Nei suoi programmi l’aborto è il bersaglio più frequentato della destra brasiliana e il suo nazionalismo non è gradito alle multinazionali. Sta facendo del Brasile il paese baluardo in un continente dalle bandiere bianche stese lungo il Pacifico (Cile, Perù, Colombia, Panama, Guatemala), paese di riferimento delle bandiere rosa (Argentina, Uruguay, Salvador) e delle bandiere rosse: Bolivia, Venezuela Cuba, Nicaragua. Può dominarle e condizionarle perché governa un paese cassaforte di tutto: dai tesori sepolti in Amazzonia a gas e petrolio sepolti sotto il mare. Resta il tallone debole di oligarchie economiche che separano il benessere dalla folla dei diseredati ai quali la signora presidente garantisce con Borsa Famiglia un reddito minimo per tutti.

Ma se i poveri sono scesi al 20 per cento (da più di 40) il suo governo non sa dare risposte alle nuove generazioni acculturate ed ugualmente esasperate. Sono loro a guidare le proteste alle quali i meno fortunati si accodano. E Dilma prova a tamponare la sfiducia nel Pt, fino a ieri partito di un popolo che adesso cerca altri orizzonti.

Il Fatto Quotidiano, 23 Giugno 2013