Kal-El su Krypton, Clark Kent sulla Terra, ma Superman chi è? Creato con un occhio a Mosè e l’altro a Cristo dai fumettisti Jerry Siegel e Joe Shuster nel 1938, il supereroe con la S sul petto è tornato al cinema: reboot (rilancio) firmato Zack Snyder, L’uomo d’acciaio ha un tocco da Re Mida, con oltre 215 milioni di dollari incassati in cinque giorni a fronte di un budget di 225. Numeri record, che per un blockbuster equivalgono a mission accomplished, ma la soddisfazione dello spettatore è compiuta?

Prologo, Krypton ha esaurito le risorse naturali, la corsa allo spazio è stata abortita, l’implosione è imminente. Voce di uomo che grida nel deserto, lo scienziato Jor-El (Russell Crowe) ha esortato all’evacuazione, ma ormai è tardi: anche per lui e la moglie Lara Lor-Van, da cui ha appena avuto Kal-El, concepito carnalmente su quella Krypton che da tempo ha optato per la fecondazione in vitro e la gestazione in bozzolo. La salvezza è spedirlo sulla Terra, ma anche i dubbi sono in valigia: “Sarà un emarginato. Lo uccideranno” (cuore di mamma), “E come? Sarà un dio per loro” (orgoglio paterno). Sebbene anche il generale Zod (Michael Shannon) lotti per la sopravvivenza della specie, lo scontro frontale con l’ex amico Jor-El è inevitabile: Zod e accoliti vengono ibernati nello spazio profondo.

Mentre Krypton si coniuga al trapassato remoto, Jonathan (Kevin Costner) e Martha Kent (Diane Lane) di Smallville, Kansas, trovano un bambino nella capsula spaziale precipitata in giardino: lo ribattezzano Clark e lo crescono come fosse loro figlio. È belloccio, aitante e ha una forza smisurata, ma papino preme perché la tenga a bada: non è ancora il momento per dichiararsi al mondo. Clark (Henry Cavill) viaggia in incognito, si fa mille domande – da dove vengo? che ci faccio qui? – finché sulle sue tracce non si mette la giornalista premio Pulitzer Lois Lane: teatro l’Antartide, Clark la salva, lei mette in pagina, ma anche il rimorso di coscienza ha una deadline. E pure noi: Zod e compagni tornano per eliminarci e fare della Terra la vecchia Krypton, le forze Usa si frappongono, ma la New York dell’11 settembre 2001 al confronto pare l’Eden. Il destino dell’umanità è nella calzamaglia di Superman… Già incline ai comics con qualche successo (300, Watchmen), altrove trash-fallimentare (Sucker Punch), Snyder è stato scelto dopo lungo casting e messo sotto tutela: a produrre e co-firmare il soggetto Chris Nolan, il regista della trilogia di The DarkKnight, alias Batman. Qualcuno, come Empire, ha fatto il passo critico più lungo della gamba, e ha esultato d’analogia: The Clark Knight.

Magari fosse così. Viceversa, Snyder si conferma regista caciarone, illustratore muscolare, culturista della computer graphic e degli effetti speciali: la seconda parte martella su macchine terraformanti e botte dell’altro mondo, dando la sensazione che il topolino – le premesse intime e “ideologiche” – abbia partorito una montagna action senza alcun appiglio drammaturgico.

Se conta solo menare le mani, il CGI e il 3D posticcio, perché tirarla per le lunghe sul doppio passaporto di Kal-El/Clark Kent, perché “suggerire” con pletoriche didascalie il bivio tra nature (paternità biologica) e nurture (paternità delegata)? E perché discettare di scontro di civiltà? Se Krypton impugna totalitariamente falce e martello (negli incubi di Kent entrano perfino cumuli di teschi alla Pol-Pot…), Snyder brandisce la Stars and Stripes, fa volare Superman in assetto messianico-imperialista e sventola dialoghi for dummies.

Lois: “Cosa significa la S?” Kal-El: “Non è una S. Nel mio mondo significa speranza.” Lois: “Qui è una S”. E, purtroppo, significa anche Snyder.