In un Paese in cui il catalogo di letteratura lo stila Fabio Fazio, è senza dubbio vergognoso chiedersi chi sia Claudio Magris. Illustre germanista, traduttore (tra gli altri) di Arthur Schnitzler e Henrik Ibsen, ex senatore, l’autore del libro “L’infinito viaggiarefinito sui banchi dei maturandi per la prima prova scritta dell’esame di Stato è personaggio ben noto nell’ambiente culturale (l’anno scorso Mondadori gli ha dedicato un volume della prestigiosa collana dei Meridiani) e volto televisivamente conosciuto. A quelli che guardano “Che tempo che fa“, s’intende. 

La scelta di Magris è stata giudicata rivoluzionaria: mai il Ministero aveva optato per un autore vivente, mai per uno i cui saggi si trovano nello scaffale “Novità”. Poche ore dopo l’apertura delle tracce, i social network brulicavano di commenti e richieste d’aiuto. I siti di informazione hanno fatto a gara nel copiare per primi la pagina di Wikipedia dell’autore (ancora da completare, in verità) per dare ai lettori qualche informazione in più sul novello rottamatore di Pirandello.

Nonostante i meriti, indiscutibili, dell’autore de “L’infinito viaggiare”, è legittimo che in questo momento quei diciottenni tirati su a dosi massicce di Vittorio Alfieri e Gabriele D’Annunzio si stiano domandando chi diavolo sia il professor Magris e perché mai dovrebbero essere in grado di dare (citiamo dal terzo quesito della traccia d’esame) “un’interpretazione complessiva del testo proposto facendo riferimento [attenzione attenzione!] ad altri testi di Magris“.  Nelle scuole superiori, l’insegnamento della letteratura del Novecento è ancora molto carente: si resta mesi su Svevo e Pirandello, poi a ridosso degli esami si fanno Ungaretti, Montale e Saba in una settimana. Al Postmoderno non si arriva neppure all’università. Qualche docente illuminato avrà accennato qualcosa su Dario Fo, premio Nobel, ma difficilmente avrà preparato a dovere i suoi studenti su Magris. 

A questo punto, la domanda è: che senso ha fare una scelta innovativa alla maturità se poi non si rinverdiscono i programmi? L’impressione è che la scuola perseveri in una certa direzione, quella della formazione tradizionale, della educazione classica che, facendo i dovuti distinguo, finora ha funzionato, e che il Miur vada in tutt’altra, fingendo di guardare alla modernità senza dare a chi la scuola la fa tutti i giorni gli strumenti necessari per trasformarla. Il risultato è che al centro della contesa restano i ragazzi, incolpevoli, disorientati e, ahi loro, ignoranti.