Le grandi aziende coinvolte nel datagate annaspano per cercare di mantenere credibilità e fiducia dei propri utenti. Costrette alla gestione di una “crisi” sino a qualche giorno fa inimmaginabile, Microsoft, Google, Facebook e tutti gli altri chiedono ora “trasparenza” su quanto successo e giurano che la loro collaborazione con il governo USA non ha avuto nulla di illegale. Intanto, uno dei pochi documenti emersi dal tribunale segreto che ha gestito il programma di spionaggio rivela in che modo una di queste grandi aziende, Yahoo, ha combattuto la propria battaglia contro il governo per non consegnare i dati. E come l’ha persa, trascinando alla resa gran parte del mondo dell’high-tech USA.

La storia di Yahoo, raccontata in queste ore dal “New York Times”, risale al 2008 ed è desumibile da una sentenza della “Foreign Intelligence Surveillance Court”, la Corte segreta che gestisce le richieste di intercettazione e spionaggio della National Security Agency (il documento può essere consultato qui). Alla corte, Yahoo chiese di essere esentato dall’obbligo di fornire alla NSA, senza il mandato di un tribunale, i dati di alcuni utenti esteri, sostenendo che la richiesta era incostituzionale. I giudici rigettarono la richiesta, sostenendo che le preoccupazioni dell’azienda erano “esagerate”. La Corte aggiunse anche di non intravvedere “alcun rischio di errore o possibile abuso” e che “gli sforzi per proteggere la sicurezza nazionale da parte del governo non possono essere frustrati da parte delle corti”.

Il documento del tribunale USA era già noto, ma ciò che non si conosceva era l’identità dell’azienda che si appellò all’ingiunzione dell’agenzia di Intelligence: Yahoo, appunto, che nelle scorse ore non ha voluto commentare la rivelazione. Quella sentenza del 2008 appare comunque come uno dei passi decisivi del progressivo assoggettamento dei grandi provider e imprese di high-tech e del loro progressivo coinvolgimento in PRISM, il programma di spionaggio gestito dalla National Security Agency, in grado di archiviare e monitorare enormi quantità di dati sensibili. Tutto il mondo dell’high-tech si trovò di fronte all’alternativa segnalata dalla corte a Yahoo: o consegnare i dati sensibili o compiere un reato. Da allora l’opposizione alla volontà della NSA fu praticamente inesistente, con l’eccezione di alcune società più piccole, non destinatarie di appalti governativi e quindi libere di sfidare l’autorità dell’intelligence. Un provider di New York, la Calyx Internet Access Corporation, è tra i pochi che hanno seguito questa strada. Per il resto, l’opposizione alla volontà della NSA è stata praticamente nulla. Delle 8591 richieste presentate alla corte dall’NSA tra il 2008 e il 2012, soltanto due sono state respinte (dati dell’“Electronic Privacy Information Center”, un centro di ricerche no-profit di Washington).

Per le grandi compagnie di Silicon Valley, e non solo, lo scandalo dell’NSA rappresenta comunque un disastro difficilmente riparabile. L’idea che Google, Facebook e tutti gli altri passino i dati personali dei propri utenti al governo americano non è fatta per incentivare affari e fiducia dei consumatori. Non a caso alcuni giorni fa Google, attraverso un suo avvocato, David Drummond, ha chiesto all’attorney general Eric Holder di poter rendere pubblici “i numeri e lo scopo delle richieste che ci arrivano dalla sicurezza nazionale”. Secondo l’azienda, l’accusa che il governo americano abbia “accesso privo di qualsiasi restrizione ai dati dei nostri utenti è semplicemente non vera”. Il problema, spiegano a Google, è che le richieste di consegna dei dati, contenute nelle cosiddette “National security letters”, sono sempre accompagnate da un “gag order”, cioè dall’obbligo per l’azienda stessa di mantenere il silenzio sulla richiesta. Ciò che, secondo Google, “alimenterebbe le supposizioni”.

Lo stesso appello a poter dimostrare l’inconsistenza delle accuse è venuta da Ted Ullyot di Facebook, secondo cui la sua società “accoglierebbe con favore l’opportunità di trasparenza, che ci consenta di dividere con chi usa Facebook nel mondo una fotografia completa delle richieste del governo che noi riceviamo, e come vi rispondiamo”. La medesima presa di posizione, qualche ora dopo, è arrivata da Microsoft e Twitter, anche loro compatte sulla stessa linea: “Non abbiamo nulla da nascondere”. Il problema è che la richiesta di rendere pubblici gli ordini ricevuti dalla NSA arriva dopo che, per giorni, le aziende – Microsoft, Yahoo, Google, Facebook, PalTalk, AOL, Skype, YouTube, Apple – hanno categoricamente negato di aver partecipato a PRISM. Il rifiuto di qualsiasi coinvolgimento è, almeno formalmente, fondato su un cavillo legale. Non sono le aziende a passare, direttamente o indirettamente, i dati dei propri utenti. Piuttosto, il sistema è quello di un “dropbox”, di uno spazio comune tra aziende e NSA, con la possibilità dunque di copiare direttamente dai server i dati ritenuti interessanti dal governo americano.

In un modo o nell’altro, lo scandalo PRISM costerà comunque parecchio alle aziende coinvolte. La legge le protegge da eventuali responsabilità legali, ma questo non significa che esse non potranno essere portate in tribunale o che non saranno soggette a indagini – a seconda dei casi fastidiose e imbarazzanti – da parte di altri governi e istituzioni, in primo luogo l’Unione Europea. Come ha spiegato Matthew Yglesias su “Slate”, il fatto che le società high-tech americane siano viste come una sorta di “periscopio gigante delle agenzie di intelligence americane”, può portare i governi in Europa, Asia, America Latina a resistere all’idea che “le proprie aziende vengano fatte a pezzi da quelle con base in California”. Oltre alla cattiva stampa, ai timori futuri dei consumatori e a possibili movimenti di protesta pubblica, c’è poi una verità spiacevole, in questi giorni passata sotto silenzio, ma che rappresenta forse l’aspetto più imbarazzante per l’industria dell’high-tech americano. E cioè che l’intero sistema di sorveglianza di cui il governo americano si è servito non è stato costruito da oscuri funzionari e burocrati, ma dalle stesse aziende di Silicon Valley e da una miriade di società USA che hanno goduto di lucrosi appalti governativi. “Non c’è un solo computer o telefono nella sede centrale della National Security Agency che sia di proprietà del governo”, ha spiegato Michael Hayden, ex-direttore della NSA. Il sistema con cui il governo USA è riuscito ad assoggettare le grandi società di high-tech è stato costruito da quelle stesse società. “Il matrimonio tra governo e Silicon Valley”, ha detto ancora Hayden, sia pure ora negato dalle grandi aziende, è una realtà antica, proficua e ampiamente accettata.