L’aula della mia Università, a Venezia, ieri era strapiena di gente, per vedere e ascoltare lei, Yoko Ono.

Un’esperienza molto bella. In poche frasi, chiare, amorevoli e precise, ci ha ricordato il potere delle parole, cito a memoria: “quando diciamo‚ ti voglio bene”  non lo diciamo solo alla persona a cui ci rivolgiamo, ma evochiamo un modo di porci verso il mondo, e quando diciamo‚ ti odio” esprimiamo odio nel mondo, non solo verso la circostanza verso la quale ce la prendiamo”.

Le parole che usiamo, nel parlare e nel pensare, evocano stati mentali, e il nostro stato mentale è un fatto fisico, nel piccolo pezzettino di natura che è la nostra mente, e si assomma a quello di tutti gli altri esseri, ed è così immaginabile che contribuisca ad aumentare – o diminuire – la pace e l’amore, o qualsiasi altra emozione.

Yoko parlava in un inglese molto chiaro. La traduzione in italiano, approssimativa a dir poco, ha stupito non pochi; ma nell’atmosfera di accettazione gioiosa evocata dalla stessa presenza di Yoko Ono non ha suscitato che sorrisi divertiti e comprensivi della nostra umana fallibilità: non siamo perfetti, è proprio così!

Ha definito il suo lavoro artistico, che nel 2009 è stato premiato col Leone d’oro della Biennale di Venezia, “a form of giving”, un “modo di dare”, di condividere con gli altri, e ieri ha condiviso, fra l’altro, la felicità di stare al mondo accettando la propria transitorietà, il proprio invecchiare, dicendo “tante cose le ho capite ora, che ho ottant’anni, non c’è bisogno di aver paura di invecchiare” (li ha compiuti il 18 febbraio di quest’anno) e sentendo le sue parole tranquille e serene mi son sentita davvero ancora “troppo giovane”, con il mio mezzo secolo di vita, e passato da un pezzo.

Poi ha parlato di un racconto che aveva amato da bambina, alla scuola elementare, in Giappone: un samurai si augurava una vita in cui avere sette grandi problemi e otto grandi dolori, per potersi così rinforzare e poter fare la sua parte e far del bene agli altri. La bimba Yoko si disse, allora: “anch’io voglio una vita così!” E se ne ricordò poi tanti anni dopo, nella fase della sua vita in cui problemi e dolori arrivarono.

L’artista Yoko mette in circolazione nel mondo significati che trasformano il carattere dell’esistenza, è magica quindi, come lo è, potenzialmente, l’immaginazione. E ci chiama a contribuire, a farlo con lei.

L’amore accende lo stato mentale dell’accettare, implica infatti l’essere contenti (e quindi un-qualcosa-di-più-che-accettare) che esista la persona a cui ti rivolgi, nel dire “I love you”. Personalmente vivo ogni tanto una specie di sensazione di “innamoramento in generale”, per la vita, così, senza motivo.

Abbraccio, ora, e accolgo di certo anche la banalità (e perché mai non dar spazio anche a questo significato: vieni, mia cara, e siediti qui vicino a me!) ma lo voglio dire, e contribuire ad aggiungere una microparticella subatomica di amore nel mondo: “I love you Yoko” thank you for saying “I’ll be back”! – ti voglio bene Yoko, grazie di aver detto “ritornerò”. Ti aspetto, sai, you know, ma già sei qui con me, nella mia immaginazione. Mi basta e ti sorrido.