Luisanna è sulla sessantina, lunghi capelli neri e boccoli che in giro non si vedono più. Fa teatro, o meglio è il teatro: senza teatro, lei non è. Apre la porta dell’ambulatorio in fretta, il suo nome è apparso da tre o quattro secondi e già si precipita dentro. Saluta, sorride.

Il chirurgo è seduto storto, le porge la mano e, cortese, si presenta. Nome, cognome, grado. Direttore. Poi tende il palmo per afferrare gli esami che lei porge.

–          Una Tac, vedo. Ah, e c’è la Pet dello scorso anno che diceva…

–          Diceva niente, una traccia, un sospetto ma sembrava fosse solo un falso allarme. Ero tranquilla.

–          Non lo era.

Luisanna annuisce. Ha capito benissimo che là dove la Pet indicava un subbuglio nei tessuti si è formato il cancro. Lo chiama così, lo guarda in faccia: cancro. Usa la parola anche se provoca una morsa crudele in fondo alla gola. Cancro. In fondo lo conosce: l’ha avuto tanti anni fa in un altro posto, non lì dove è adesso, e anche la sua famiglia non si è fatta mancare niente: mutazione di un gene, un Brca qualunque, non ha mai voluto accertare ma il sospetto esiste.

–          Insomma, eccomi qui.

–          Non posso operare. Non subito. Troppo esteso.

Luisanna aspetta altre parole. Non arrivano. La dottoressa che da anni la segue le ha suggerito di non badare ai modi diretti, scarni del chirurgo. E’ uno bravo. Non bada, ma accidenti…

–          Allora cosa si può fare?

–          Mah, proviamo con una chemioterapia. Vediamo, certo è difficile. Sa che non sembra una persona con il tumore al pancreas?

–          Me lo dicono, sì. Mi sento bene. Forse è il teatro mi tiene viva. Ho spettacoli da programmare, sto scrivendo un pezzo che…

–          Ah, fa teatro?

–          Sì, è la mia vita. La mia passione, il mio lavoro. Vivo per il teatro.

Il chirurgo stropiccia un foglio, deve essere un appunto preso durante la visita precedente, controlla il computer. Le propone di fare un agoaspirato per confermare la diagnosi di tumore al pancreas. Poi farà la chemio, e vediamo.

–          Come vede la situazione, dottore?

Il chirurgo alza le spalle, allarga le braccia.

–          Certo, è complicata.

–          So cosa significa tumore al pancreas.

–          Beh, allora inutile chiedermelo. Purtroppo ha già coinvolto alcuni vasi sanguigni importanti quindi operare no. Lo dirò alla collega che l’ha inviata a me: non opero, troppo avanzato. Poi secondo me c’era anche prima, non l’hanno visto. Mah, chissà.

Chissà. Un cumulo di alzate di spalle, parole, smorfie, intanto controlla il cellulare e la lista dei pazienti successivi. “Non badare ai modi diretti, scarni, è uno bravo”. Bravo in cosa? Luisanna ricorda che da qualche parte ha letto che un chirurgo non è medico come gli altri: deve essere un eccellente tecnico, un artigiano con le mani, e di solito non è simpatico. Non può esercitare un carico eccessivo di empatia.

–          Senta, ma cosa posso fare? Con le terapie, la malattia, il teatro. Non posso rinunciare. Ce la farò a portare avanti il teatro per un po’?

I suoi occhi la sfiorano prima di inabissarsi nel computer.

–          Non prenda impegni per il futuro.