Il dissenso nelle principali città turche diventa fragoroso alle 21, quando la maggior parte della popolazione ha terminato di lavorare e di cenare.

Anche coloro che non sono riusciti ad andare a Gezi park, “la scena del crimine” a Istanbul, partecipano alle proteste uscendo sui balconi e affacciandosi alle finestre per fischiare e battere i coperchi delle pentole. Come i “cazerolazos” di argentina memoria. A Istanbul, persino lungo Ergenekon street, la via vicina al commissariato di polizia del quartiere Ferikoy, che ricorda la complessità della storia contemporanea per la rievocazione dell’omonimo “affaire Ergenekon” – l’annoso progetto eversivo di quel cosiddetto “Stato profondo”, portato avanti da agenti dei servizi deviati, generali e intellettuali nazionalisti, ma al contempo strumentalizzato dal premier Erdogan per tacitare stampa ed eversori politici sbattendoli in galera-  la maggior parte degli abitanti non rinuncia a mostrare il proprio dissenso circa il progetto di cementificare il parco della libertà.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso della pazienza dei turchi laici, soprattutto delle donne che ne hanno abbastanza dell’arroganza paternalistica di Erdogan esercitata soprattutto nei loro confronti, è stata l’abolizione dell’aborto. Un fatto che ha ricompattato il fronte femminista non solo laico (al corteo hanno partecipato anche ragazze musulmane con tanto di velo poiché ritengono la salvaguardia dell’ambiente e della libertà di scelta riguardo ai temi sensibili come l’aborto, questioni non negoziabili) protagonista ieri di un corteo di protesta terminato a Gezi park con la richiesta di dimissioni di Erdogan e di tutto il suo governo.

Gezi e l’attigua piazza Taksim, sono da sempre il luogo del cosiddetto “free speech”, della libertà d’espressione, dove i lavoratori si incontrano il primo maggio, oltre che un piccolo polmone verde nel cuore della città a cavallo tra Asia ed Europa. E proprio l’Europa, affiancata dagli Stati Uniti, anch’essi tirati in ballo, ha reagito con pubblico disappunto al primo discorso rivolto alla stampa straniera di Erdogan. Una conferenza stampa in cui è riuscito, come al suo solito, a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, di limonata, ca va sans dire. “Gezi park non è adatto a ospitare un centro commerciale per mancanza di metri quadrati”, ha spiegato Erdogan attraverso una sorta di minuetto verbale con cui ha cercato di tornare sui suoi passi senza perdere la faccia. Nel contempo ha accusato l’Europa e gli Stati Uniti di aver agito allo stesso modo e di aver autorizzato la polizia ad attacare e a uccidere i manifestanti quando, due anni fa, gli indignados di Madrid e Occupy Wall Street si accamparono nelle piazze e parchi.

Peccato che in quelle occasioni nessun manifestante venne ucciso e l’unico episodio recente di violenza intollerabile da parte della polizia di un paese democratico Erdogan lo abbia saltato a piè pari: il G8 di Genova del 2001 con il massacro alla scuola Diaz perpetrato da agenti della polizia ai danni di stuenti inermi mentre dormivano. Come è avvenuto nella notte di 11 giorni fa quando i ragazzi che dormivano a Gezi park per difendere gli alberi dalle ruspe, vennero attaccati dalla polizia a colpi di gas lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo, manganelli e idranti. “Capisco la protesta e il modo con cui i giovani protestano. E’ un grosso errore da parte del governo tagliare gli alberi per costruire un centro commerciale”, ha detto o scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel per la Letteratura, dopo aver spiegato che piazza Taksim è “un luogo simbolico, un luogo della memoria”. “Spero che il conflitto finisca in maniera pacifica e il governo riconosca le giuste richieste dei dimostranti”, ha aggiunto Pamuk. “Sono preoccupato per il futuro del mio Paese, per la sua politica, per la libertà di espressione. Non ci sono segnali perchè i dimostranti possano raggiungere una soluzione pacifica del conflitto”.

Ma almeno ci stanno provando, anche se il timore di un conflitto con i sostenitori del partito islamico moderato di Erdogan (Akp) si sta facendo sempre più concreto. Mentre i ragazzi della piattaforma #Occupygezy cercano di dialogare con il governo, inviando delle proposte per arrivare a una soluzione negoziata, migliaia di sostenitori dell’Akp – coloro che l’altra sera avevano accolto il premier all’aeroporto al grido di “dacci il permesso di schiacciarli- continuano a sperare in una reazione ancora più dura da parte del governo e delle forze dell’ordine. Oggi vedremo se Erdogan darà retta ai suoi o alla comunità internazionale. Per non giocarsi l’ingresso in Europa.