Il sistema di auto completamento di Google e di ricerche correlate utilizzato da milioni di persone in tutto il mondo è senz’altro uno strumento molto utile per abbreviare i tempi di ricerca ed aiutare i navigatori telematici, ma può diventare anche un incubo per chi, senza colpa, si vede accostati al proprio nome o alla propria attività, epiteti diffamatori o calunniosi, o, semplicemente sconvenienti.

E’ questa la ragione per la quale alcune Corti di merito (ma con qualche provvedimento contrario) e di recente anche il Tribunale di Milano, stanno condannando in questi ultimi mesi, il gigante californiano a rimuovere i contenuti potenzialmente lesivi che scaturiscono da un’associazione tra il nome di un soggetto (o, come in questo ultimo caso un’Associazione).

Sino ad oggi peraltro il motore di ricerca era stato condannato solo per l’utilizzo del termine “truffa” associato al nome di un individuo, mentre la novità di un recente provvedimento della Corte meneghina è che la condanna alla rimozione può riguardare anche una persona giuridica (o un ente), per termini come “plagio e setta”.

Il presupposto alla base di questi provvedimenti, secondo i giudici, è che il motore di ricerca non possa dirsi completamente estraneo a questo tipo di ricerche, come sostenuto da Google, ma che lo stesso svolga una funzione “attiva” e non meramente passiva nell’emissione (ed organizzazione) di questi risultati negativi.

Non sarebbe in pratica solo un algoritmo a decidere tali ricerche, ma ci sarebbe anche un intervento dell’Hoster attivo, come la Corte chiama Google.

Il tema è molto delicato perché, se da un lato appare necessario proteggere i diritti di chi si vede accostato a figure criminose o diffamatorie, senza potere in qualche modo difendersi, va anche detto che lo strumento della rimozione potrebbe prestarsi, in casi limite, ad un uso strumentale da parte di chi criminale potrebbe esserlo sul serio.

La deriva giurisprudenziale sembrerebbe comunque  aprire la  strada alle richieste sempre più numerose che giungono ai motori di ricerca dai soggetti che si vedono attribuire determinati epiteti sulla Rete e che chiedono la cancellazione delle frasi potenzialmente diffamatorie in base al cd diritto all’oblio.

Un diritto che, nonostante l’ampio dibattito in sede comunitario, stenta a decollare.

Il tema, considerata l’importanza che sta assumendo la ricerca sulla rete, riserverà nei prossimi mesi sicure sorprese da parte dei Tribunali, non solo italiani.