Il governo ha promesso nuovi criteri di nomina per gli amministratori delle società pubbliche. Per introdurre trasparenza, merito ed evitare che i pilastri di quel che resta del capitalismo italiano (Eni, Enel, Finmeccanica ecc) vengano consegnate nelle mani di incapaci con amici influenti. Ottima notizia.

La cronaca recente ha dimostrato che la politica è stata completamente incapace di prendere decisioni operative così importanti: Paolo Scaroni, amministratore delegato dell’Eni, è indagato per corruzione internazionale ma nessuno ne ha chiesto le dimissioni.

Alessandro Pansa, amministratore delegato di Finmeccanica, era il capo della finanza quando, secondo i pm, il predecessore Giuseppe Orsi faceva turbinare miliardi di euro tra Italia e India per pagare mazzette e forse finanziare la Lega Nord (accuse che devono passare al vaglio di un processo, ovviamente). E in passato aveva sondato Mediobanca per fare un piacere al suo amico e sponsor Vittorio Grilli, poi diventato il ministro del Tesoro che lo ha promosso amministratore delegato. Ma Pansa è stabilmente al suo posto e potrebbe anche essere riconfermato.

L’Enel di Fulvio Conti è sommersa dai debiti e nell’ultimo anno è cresciuta meno della Borsa (il Ftse All Share ha fatto +31, Enel +24), cosa che negli Stati Uniti è considerata colpa del top management. Ora cerca di finanziarsi emettendo astrusi bond ibridi che denotano quantomeno una scarsa propensione alla trasparenza.

La Cassa depositi e prestiti è la struttura più importante per la politica economica in questa fase di risorse scarse. Eppure i suoi vertici, Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini, sono stati confermati nel vuoto di potere seguito alle elezioni, senza particolari riflessioni o analisi del loro operato (comunque migliore di quello dei manager citati sopra, senza dubbio) e senza dibattito.

Ora Enrico Letta e il ministro Fabrizio Saccomanni promettono la svolta. L’ipotesi che circola in questi giorni è quella di creare un vero “comitato nomine” per le partecipate del Tesoro. Ne dovrebbero far parte figure super partes, saggi o presunti tali tipo ex presidenti Consob, ex garanti, o alti magistrati e così via. Vedremo.

Senza processare le intenzioni, ci sono un paio di principi da chiarire.

Primo: il Tesoro è l’azionista e scegliere i manager è non solo lecito ma doveroso, appaltare all’esterno le nomine non ha molto senso. E neppure sarebbe utile usare un comitato di anziani burocrati (che lavoreranno gratis per spirito di servizio o saranno titolari di ricchi gettoni di presenza?) come paravento per dare legittimità a decisioni già prese nei corridoi romani del potere.

Secondo punto: con l’Italia che va a catafascio, non possiamo lasciare le aziende pubbliche in mano a incapaci, sono tra le poche risorse su cui il Paese può contare per avere un traino verso la ripresa. Se un manager non raggiunge gli obiettivi, lo si caccia. Senza paracadute, senza garantirgli un posto in un’altra partecipata (ricordate Mauro Masi che lasciò la Rai solo dopo che gli fu trovata la ben remunerata poltrona di capo della Consap?) e senza quei bonus tipicamente italici che permettono a chiunque arrivi ai vertici di una società di andarsene con qualche milione, a prescindere dall’operato.

Altro che Imu o finanziamento ai partiti, il primo bilancio dell’esecutivo si farà su questi temi. Enrico Letta conosce bene le logiche del potere economico, i processi di nomina e anche le performance dei vari Scaroni, Conti e Pansa. La speranza è che la conoscenza non diventi indulgenza.

@stefanofeltri