Il campionato si è concluso da poco, è stata assegnata anche la Coppa Italia come le due Coppe europee. Qual è stata la nota dolente su cui riflettere? Non certo il tardivo licenziamento di Andrea Stramaccioni – in un post dello scorso gennaio avevo già chiaramente evidenziato i limiti caratteriali del giovane allenatore interista –, per me, la nota più dolente, quella che mi ha colpito di più è stata l’esonero di Zeman nello stesso gennaio 2013; un allenatore, Zeman, cui va tutta la mia simpatia e solidarietà umana e intellettuale. Un allenatore che definisco  ‘l’ultimo universalista’, cercando di spiegare questa formula nei termini seguenti: rispetto a un campionato sotto l’egida della Juventus –la squadra che ha un rapporto di natura particolare con la vittoria–, in cui ciò che conta è vincere con qualsiasi mezzo e soprattutto contro i propri avversari, Zeman, con la sua concezione ‘estetica’ ed etica del gioco, rappresenta l’unica alternativa credibile.

Non è da considerarsi casuale se quella concezione della ‘vittoria’ ha condotto la Juventus verso il conseguimento del maggior numero di scudetti, il titolo nazionale, (29 secondo i regolamenti, 31 come la dirigenza juventina proclama e rivendica). Comunque, 29 o 31, non vi è una grande differenza rispetto a quanto sto per argomentare. Sono infatti statisticamente irrilevanti rispetto alla due Coppe dei Campioni (al di sotto del 10 per cento rispetto al numero di titoli nazionali vinti), anche senza entrare nel merito delle due vittorie conseguite, una ai rigori, la seconda, su cui preferisco glissare per non infierire. Una percentuale così ridotta non è irrilevante, perché contrassegna la dimensione ‘provinciale’ della squadra torinese – il suo modo di esercitare un dominio sempre circoscritto, ‘particolare’, limitato.

Un campionato qualitativamente di basso profilo, che si sta sempre più avvicinando a quello turco o greco, non poteva accettare un allenatore come Zeman, l’ultimo universalista, ossia colui che ha concepito la vittoria come espressione della bellezza del gioco, della coralità armoniosa, dell’ethos condiviso. Universalista è dunque chi persegue il mito della compenetrazione tra bellezza, verità ed etica, un mito non estetizzante (si pensi a al rapporto disgiuntivo tra bellezza ed ethos di cui parla Kierkegaard in Aut aut), ma appunto universale, che si ricongiunge direttamente alle origini classiche (greche) della nostra civiltà.

Zeman ha pagato in primo luogo come uomo e, in subordine, come allenatore il perseguimento di questo ideale di compiutezza. La dirigenza juventina, in particolare Johan Elkann, dopo il successo sul Napoli nella supercoppa italiana, conseguita l’estate scorsa a Pechino, ha con dispregio parlato di Zeman, che in tutta la sua vita non sarebbe riuscito a vincere quello che un allenatore in seconda, quale era lo juventino Carrera, aveva ottenuto in una sola circostanza. E’ la consueta argomentazione juventina, antiuniversalistica: non importa in quale modo si vinca, importante è vincere comunque. Ricordo che anche quella vittoria fu molto discussa, fino al punto che la squadra soccombente, il Napoli, non partecipò alla cerimonia finale della premiazione,  evento mai verificatosi in precedenza.

La dirigenza juventina dimentica inoltre il grande triennio del Foggia allenato da Zeman in serie A con un calcio spumeggiante e spettacolare o dimentica la vittoria nel campionato di Serie B dello scorso anno del Pescara, sempre allenato da Zeman, con un calcio altrettanto esteticamente straordinario e  la valorizzazione di alcuni giovani talenti italiani, da Verratti a Insigne e Immobile. E’ facile parlare dall’alto, come una ‘superpotenza’ dinanzi a un uomo solo nella sua estrema coerenza.

Apprezzo Zeman come uomo e come allenatore per il suo coraggio, per la sfida che ha rivolto alla ‘superpotenza’ e per la fede che ha continuato a nutrire per il suo ideale; non può essere considerato un semplice Don Chisciotte sconfitto dalla storia, basti leggere uno degli ultimi lavori di Howard Gardner, Verità, Bellezza, Bontà. Educare alle virtù nel XXI secolo (Milano, Feltrinelli, 2011): “L’attenzione alle virtù è sempre alta, un dibattito vigoroso su di esse ha permeato le società più vitali” (p. 15). L’universalismo zemaniano è quanto mai attuale, anche se appare ‘minoritario’, ma verrà anche il giorno…