“Il caso sulla libertà di informazione più importante degli ultimi 40 anni”, dicono molti attivisti per i diritti civili Usa. Inizia oggi davanti alla corte marziale di Fort Meade, in Maryland, il processo a carico del soldato Bradley Manning, accusato di aver passato a Wikileaks 250 mila cablo diplomatici e oltre mezzo milione di rapporti militari segretissimi, relativi soprattutto alle guerre in Iraq e Afghanistan. E in coincidenza con l’inizio del processo, negli Stati Uniti, si riapre il dibattito sul giovane soldato. Eroe nazionale o traditore? Manning, 25 anni, si è dichiarato colpevole di 10 dei 21 capi d’accusa per i quali è imputato, ma non dell’incriminazione più grave: quella di aver aiutato il nemico. Se giudicato colpevole, rischia l’ergastolo.

Nell’udienza preliminare di febbraio, Manning, arrestato nel 2010 mentre era di stanza in Iraq, ha ammesso la fuga di notizie ma ha sostenuto di averlo fatto per sollevare il dibattito sul ruolo dell’esercito Usa e della sua politica estera. I pubblici ministeri che rappresentano il governo al processo sostengono invece che la fuga di notizie abbia danneggiato la sicurezza nazionale e messo in pericolo gli americani. Il processo, prevedibilmente, durerà tutta l’estate. Manning ha scelto che il suo caso venga considerato da un giudice singolo e non da una giuria. Della storia del giovane “private” in questi tre anni si è parlato molto, anche se al protagonista non è stata praticamente data la possibilità di raccontare la sua storia.

Nato a Crescent, Oklahoma, da padre statunitense e madre gallese, Manning dimostra sin da giovanissimo una straordinaria attitudine all’uso dei computer. A dieci anni crea il suo primo sito web. A 17, quando ha già da tempo dichiarato la sua omosessualità, Bradley lavora per una compagnia di software di Oklahoma City. Si avvicina in quel periodo ad ambienti hackers e a una concezione della Rete come strumento di svelamento della verità. “Sono il tipo di persona che ha sempre cercato di capire come funzionano le cose. E, come analista, ciò ha significato cercare la verità”, ha detto Manning, nel corso della sua testimonianza preliminare. Grazie alla “Don’t Ask, Don’t Tell”, il giovane si arruola nell’esercito. Ma la sua omosessualità emerge e Manning viene preso di mira da superiori e compagni. I comandanti ne raccomandano il congedo “perché non adatto alla vita militare”. L’abilità tecnica coi computer ribalta presto la decisione. Manning diventa “intelligence analyst” e viene inviato in Iraq. E’ qui che – sconvolto dalla realtà della guerra – matura la scelta di rivelare all’opinione pubblica statunitense e mondiale quanto passa sotto i suoi occhi nei file e rapporti militari. Sembra sia stato soprattutto l’attacco da parte di due elicotteri Apache a Bagdad – che uccise almeno 12 persone – a fargli scegliere la strada dei “leaks”, delle fughe di notizie.

“I militari deumanizzavano gli esseri umani che combattevano e sembravano non valutarne l’umanità, definendoli ‘carogne e bastardi’ e congratulandosi con se stessi per l’abilità di ucciderne in larghi numeri”. Sono motivazioni come queste che hanno condotto migliaia di persone, negli Stati Uniti e nel mondo, ad appoggiare la battaglia giudiziaria del giovane soldato. Il “Bradley Manning Support Network” ha raccolto più di un milione di dollari per pagare le spese della difesa. Diversi esponenti del mondo della cultura e della politica Usa si sono mobilitati per chiederne la scarcerazione, o quanto meno una pena lieve. “E’ un eroe che merita il premio Nobel per la Pace”, ha detto Daniel Ellsberg, l’analista militare che fece trapelare i “Pentagon Papers”, i documenti riservati relativi alla guerra in Vietnam.

Nel mirino dei sostenitori di Manning è finita soprattutto la scarsa trasparenza con cui governo e militari Usa hanno circondato il processo, per certi versi superiore a quella dei tribunali militari di Guantanamo: testimoni ascoltati in segreto; nessun audio o video del soldato registrati durante le audizioni preliminari; proibizione assoluta alle interviste e nessuna trascrizione di quanto detto da Manning. “Vogliono che il mondo non ascolti la voce di Manning”, ha scritto l’avvocato e attivista per i diritti civili Glenn Greenwald, che ha anche accusato l’amministrazione Obama di ricercare una “pena esemplare” per dissuadere future, possibili fughe di notizie. Il black-out è stato però infranto lo scorso marzo, quando il Center for Constitutional Rights e la Freedom of the Press Foundation hanno reso pubblico l’audio della dichiarazione – un’ora e sette minuti – resa da Manning durante le udienze preliminari del processo.