Rischiano di costare care le critiche che il blogger Hakim Ghanmi ha rivolto due mesi fa al direttore dell’ospedale militare di Gabes.

Il processo nei suoi confronti si è aperto il 29 maggio presso il tribunale militare di primo grado di Sfax ed è stato aggiornato al 3 luglio.

Ghanmi è accusato di aver minato la reputazione dell’esercito, aver diffamato un pubblico ufficiale e aver recato disturbo ad altre persone attraverso i sistemi di comunicazione pubblica.

Tutto questo, dopo che ad aprile aveva pubblicato sul suo blog “Warakat Tounsia” una lettera indirizzata al ministro della Difesa in cui si lamentava per il comportamento del direttore dell’ospedale militare di Gabes, denunciava il rifiuto dell’ospedale di visitare sua cognata nonostante avesse un appuntamento e sollecitava indagini sul modo in cui venivano trattati i pazienti.

Il direttore dell’ospedale l’ha denunciato. Ghanmi potrebbe subire una condanna fino a tre anni di carcere oltre al pagamento di una multa.

Le nuove autorità tunisine, salite al potere dopo la caduta di Ben Alì all’inizio del 2011, mal sopportano giornalisti, artisti, blogger e chiunque esprima critiche verso i rappresentanti delle istituzioni. Sempre più di frequente, i dissidenti vengono colpiti grazie al ricorso a norme che criminalizzano la diffamazione e le azioni ritenute dannose per l’ordine pubblico, la morale pubblica o i valori sacri.

Ghanmi è sotto processo secondo l’articolo 91 del codice di giustizia militare  e l’articolo 128 del codice penale, entrambi usati per emettere una condanna a quattro mesi con sospensione della pena contro Ayoub Massoudi, un ex consulente del presidente che aveva criticato l’esercito.  È inoltre accusato di aver violato l’articolo 86 del codice delle telecomunicazioni, usato anche contro il blogger Jabeur Mejri condannato nel marzo 2012 a sette anni e mezzo di prigione per aver postato online presunte offese contro l’Islam e il profeta Maometto.

Che un civile finisca sotto processo in corte marziale per aver criticato pubblicamente il direttore di un ospedale la dice lunga sullo “stato di salute” della libertà d’espressione in Tunisia.