Il gip del Tribunale di Taranto Patrizia Todisco ha concesso all’Ilva la facoltà d’uso degli impianti dell’area a caldo sequestrati per inquinamento il 26 luglio 2012, pur confermando il sequestro. Il provvedimento è stato notificato dai carabinieri del Noe di Lecce all’azienda e ai quattro custodi giudiziari.

Nei giorni scorsi l’Ilva, al centro di una lunga battaglia tra magistrati pugliesi e azienda, era stata al centro delle cronache perché sia l’autorità giudiziaria di Milano che quella di Taranto hanno disposto il sequestro del patrimonio dei Riva. Nel primo caso i pm milanesi contestano ai proprietari di essere appropriati di oltre un miliardo di euro, finito all’estero e successivamente anche scudato. Il 24 maggio scorso invece i magistrati di Taranto hanno disposto il sequestro di 8,1 miliardi. Proprio il gip Todisco ha autorizzato il sequestro di denaro, conti correnti, quote societarie nella disponibilità della società Riva Fire in ottemperanza a quanto previsto dalla legge 231/01 che sancisce la responsabilità giuridica delle imprese per i reati commessi dai propri dirigenti.

La facoltà d’uso “potrà non essere (ulteriormente) consentita dall’autorità giudiziaria”, come affermato dalla Consulta, nel caso in cui “nel futuro vengano trasgredite le prescrizioni dell’Aia riesaminata” scrive lo stesso gip nell’ordinanza. Eventuali proroghe all’Ilva, da parte dell’autorità competente, per adempiere alla prescrizioni dell’Aia riesaminata “non potrebbero essere concesse senza realizzare un obiettivo sbilanciamento nella tutela dei diritti in gioco, a detrimento del diritto alla salute e all’ambiente salubre”. 

E proprio sulla questione Aia interviene il ministro dell’Ambiente. ”Il percorso di attuazione non è stato rispettato. Non è accettabile trasgredire a un percorso che deve essere applicato rigidamente. Bisogna reintervenire” afferma Andrea Orlando, aggiungendo che “l’attuale assetto non garantisce gli obiettivi di ambientalizzazione”. Orlando, che non ha precisato quali saranno le misure che il governo prenderà sul siderurgico, ha illustrato, incontrando i giornalisti, le “considerazioni preliminari” fatte dall’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) al termine dell’ispezione compiuta con l’Arpa Puglia nell’azienda il 28, il 29 e 30 maggio scorso, a cui il 7 giugno prossimo seguiranno i risultati definitivi con le eventuali proposte sulle misure da adottare. Tra le possibili forme di intervento sulla proprietà dell’Ilva un’ipotesi “può essere il modello blind trust dove si sospende l’ordinario funzionamento dell’impresa per raggiungere l’obiettivo indicato”.

Le criticità evidenziate dall’ultima indagine riguardano in generale i sistemi per la movimentazione dei materiali trasportati via nave che non corrispondono alla regola europea, i tempi previsti per la copertura completa dei nastri trasportatori che “restano significativamente superiori ai vincoli inizialmente imposti dall’Aia”: l’avanzamento dei lavori è stimato solo a circa il 20% previsto. Anche i tempi previsti sulla chiusura completa degli impianti aperti nelle aree dove si sviluppano polveri sono superiori a quelli inizialmente imposti dall’Aia e peraltro manca il parere sulla modifica dei tempi di attuazione richiesta dal gestore. Secondo l’Ispra, inoltre, “continuano superamenti del limite di emissione consentita per le quantità di polvere nel flusso di vapore acqueo in uscita dalle torri di spegnimento” e, infine, “non è del tutto soddisfatta la prescrizione che impone l’eliminazione del fenomeno di slopping (cioè l’espulsione di gas e nubi rossastri dai camini del siderurgico) facendo ricorso una diversa gestione del processo produttivo”.

”E’ necessario un commissariamento dell’azienda oltre alla possibilità di accedere alle risorse economiche della proprietà per garantire l’indispensabile diminuzione dell’impatto ambientale” dice il presidente della Commissione ambiente della Camera dei deputati e membro dell’esecutivo nazionale EcoDem, Ermete Realacci. “I cittadini non si fidano più della proprietà – aggiunge Realacci – e devono essere garantiti ora da un soggetto terzo in grado di tutelarli in ogni aspetto ambientale e sanitario. Ora la strada è una sola: riportare l’Ilva dentro l’albo delle imprese che conciliano lavoro e ambiente superando gli errori compiuti da una proprietà che, con la connivenza delle istituzioni e della politica, ha fatto finta di niente quando era necessario un cambiamento”.