Chissà perché in Italia, quando si dibatte sul ruolo delle parti sociali, si mette sempre sotto la lente di ingrandimento la funzione del sindacato ed assai raramente si approfondiscono i comportamenti di Confindustria. Come se avesse una sorta di immunità per cui, quando il Presidente di turno grida all’imminente pericolo di default del paese (lo fece Marcegaglia, soprattutto nell’ultimo periodo del suo mandato, e Squinzi continua nella tradizione), tutti aprono le orecchie e sparano titoloni sui giornali, in una certa maniera corroborando l’allarme lanciato a prescindere dall’analisi delle responsabilità di ciascuno. Mi chiedo se sia veramente questo il ruolo di un’associazione datoriale o se dovremmo alzare l’asticella delle nostre aspettative, esigendo comportamenti diversi e maggiormente virtuosi.

Faccio un esempio: settimana scorsa avete letto la notizia dell’accoglimento, da parte del Tar, del ricorso presentato da un centinaio di professori del Politecnico di Milano contro la delibera del senato accademico, su proposta del Rettore, di istituire l’insegnamento esclusivo in lingua inglese a partire dal 2014. Classico esempio italico di una posizione difensivista e corporativa di una categoria, quella dei professori universitari, che guarda al futuro come una minaccia e non come un’opportunità. Interessante notare che non sono gli studenti, cioè i clienti dell’Università, ad aver sollevato la questione, bensì coloro che sono pagati per offrire un servizio sempre migliore alla clientela. E’ come se un gruppo di medici portasse in tribunale il proprio ospedale perché vuole promuovere una miglior qualità di cura per i propri pazienti. Decisamente assurdo.

Questo è il classico esempio in cui la Confindustria dei miei sogni avrebbe dovuto alzare la voce in difesa del Rettore, sostenendo che l’Università italiana ha il dovere di compiere questo salto se vuole formare professionisti pronti per un mercato globale. Chi, se non Confindustria, ha un interesse diretto ad assicurare alle proprie aziende professionalità che sappiamo muoversi in un contesto internazionale? Non è questa una delle leve per assicurare il recupero della competitività delle nostre aziende? Non è la stessa Confindustria che da vent’anni denuncia il progressivo scollamento del mondo accademico dalla esigenze del mondo produttivo, con conseguente inadeguata preparazione di diplomati e laureati?

Ed invece, silenzio assoluto. Assordante. Perché fino a quando in assemblee, seminari e fora di varia natura si può fare il discorso di rito sul fatto che il sistema paese sta perdendo terreno e bisogna internazionalizzarsi e spingere sull’export, tutti bravi a salire sul palco. E meglio ancora quando si possono battere i pugni per reclamare la liquidazione immediata (sacrosanta, per carità) dei crediti vantati nei confronti della pubblica amministrazione, oppure per chiedere incentivi e sgravi fiscali di vario tipo. Ma quando c’è da agire su fattori concreti ed appoggiare le (purtroppo rare) iniziative che provano a catapultare l’Italia verso una nuova era, Confindustria spesso non c’è. Legittimando il sospetto di avere un interesse quasi esclusivo alla difesa corporativa degli interessi dei propri soci ed un occhio alquanto distratto sulla crescita complessiva del nostro paese.