Ho letto con stupore l’articolo di Domenico Naso sulla condizione delle donne calabresi. Sì, con stupore. Perché ancora so stupirmi nonostante di brutti colpi nella vita ne abbia già presi parecchi e nonostante abbia avuto la “s-fortuna” di nascere, crescere e studiare in Calabria. Ho 28 anni (il collega ne ha solo qualcuno più di me) e ho studiato nella Piana di Gioia Tauro, a Polistena precisamente. Da piccola tutti mi dicevano che ero un maschiaccio e infatti sono cresciuta per strada, andavo d’accordo più con i ragazzi che con le ragazze, giocavo a calcio con loro e ho frequentato persone che poi, quando sono cresciute, hanno certamente preso strade diverse dalla mia. Mio padre è una persona umile, come mia madre. E ho la “s-fortuna” di avere un fratello più piccolo di me che vive a Cinquefrondi, sempre in provincia di Reggio Calabria. E ha pure una fidanzata. Non la maltratta come non ha mai maltrattato me. Sono stata sempre uno spirito libero e un po’ ribelle, cosa che mi ha portato a fare scelte che non ho mai condiviso con nessuno.

Ho vissuto pienamente in quella terra che a volte guardo con rabbia per le cose che succedono, per la mafia, per la malapolitica, per il controllo quasi totale della criminalità organizzata, ancora più sentito nei piccoli comuni, come quello in cui ho vissuto io. Mentre studiavo, sempre in Calabria e anche io in Scienze della comunicazione, ho iniziato a scrivere. Ci ho messo poco a capire qual era la mia indole e di cosa mi sarei dovuta occupare. E allora, da buona donna calabrese, con i jeans stretti, la maglietta un po’ scollata, il fard e il rossetto, ho girato le periferie più oscure per il giornale, ho provato a sfidare anche la mentalità arretrata in alcuni contesti. E mai, nessuno, mi ha messo le mani addosso o mi ha considerata una poco di buono. Le donne non valgono nulla? Sono le donne quelle che si stanno opponendo al sistema criminale in quella terra, sono le donne che hanno inaugurato una nuova primavera, sono le donne che vogliono un futuro diverso per i propri figli e che lottano, sudano, si battono in prima persona scegliendo anche percorsi dolorosi. Sono le donne che hanno fatto arrestare i più potenti boss. Sono le donne che ci hanno fatto scoprire il volto amaro di una Calabria piegata dalla ‘ndrangheta. Sono le donne che hanno osato sfidare criminali comuni e gli ‘ndranghetisti. Lea Garofalo, Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola ne sono l’esempio lampante.

La situazione in questi anni è peggiorata? Così piace dire al giornalista che con il suo articolo ha ottenuto circa 400 segnalazioni su Fb. Con tutto l’affetto, caro Domenico, quello che dici è assurdo e surreale. È successo l’esatto contrario e tu descrivi una società vecchia di almeno tre generazioni. Roba che nemmeno Banfield, teorizzando il “familismo amorale” era riuscito a fare. Almeno quelle considerazioni riguardavano tutta la società e non solo la donna. Quando sono in Calabria, e nonostante le difficoltà con cui mi sono scontrata in quella terra, esco tutte le sere con amiche e amici, vado anche a ballare quando capita e non permetto a nessuno di darmi calci, pugni o schiaffi. Anche molte mie ex compagne di classe hanno scelto strade diverse dalla mia, si sono fatte una famiglia ma, ti assicuro, nella maggior parte dei casi, per vocazione e non per costrizione. Amo la mia terra, il suo mare e i suoi profumi, la gente sincera e l’ospitalità che non si ritrovano in alcun posto. E anche se da un anno vivo a Roma continuo ad essere orgogliosa delle mie radici. Sono sicura che siamo un popolo che è stato costretto a subire e dove per troppo tempo la frase “se ti fai i fatti toi campi centu anni” è stata la regola. Le donne calabresi hanno scelto di dire no. Hanno scelto di alzare la testa e di rompere col passato. Ma tu eri distratto, evidentemente.