Yuval e lider altman, tel aviv
Foto di Dan Haimovich

Yuval e Lider vivono in un bell’appartamento lungo una delle vie più glamour di Tel Aviv, la città più liberal di Israele. Sono giovani e benestanti. Anzi, lo sono stati, fino a quando non hanno deciso di voler diventare padri, dello stesso figlio, essendo una coppia gay. E peraltro la più nota in Israele, a causa della battaglia intrapresa affinché venga modificata la legge che non riconosce il matrimonio, l’adozione e il ricorso a madri surrogate da parte di coppie dello stesso sesso. “Dopo esserci sposati 4 anni fa in modo del tutto provocatorio, visto che non è legale – dice Yuval – abbiamo iniziato a sentire il desiderio di completare il nostro rapporto di coppia con un figlio. Dopo un paio d’anni, quando io ne avevo 32 e Lider 34, abbiamo capito che non ne potevamo più fare a meno. Quando vedevamo delle coppie eterosessuali con i loro figli, ci sentivamo sempre più tristi e frustrati”.

Yuval e Lider, rispettivamente pubblicitario e direttore commerciale di Radio Tel Aviv, hanno quindi iniziato l’iter estenuante per adottare un bimbo, attraverso l’escamotage utilizzato da tutte le coppie gay e soprattutto lesbiche israeliane: fare la richiesta di adozione come single, ognuno per conto proprio, perché la legge israeliana prevede l’adozione da parte di persone sole, senza compagni. “Il problema è che gli operatori dell’ente ministeriale che valuta le richieste di adozioni, non hanno creduto alla mia versione di aspirante padre single. Hanno capito che ero gay e respinto la richiesta. Allora abbiamo pensato all’inseminazione artificiale di un’amica lesbica che voleva diventare madre. Abbiamo però subito capito che mettere di fatto un’altra persona nella nostra vita, non faceva per noi”, dice Lider, il cui cognome Altman è stato acquisito anche da Yuval, per decisione comune, accettata da Israele perché intanto i due ragazzi erano andati a sposarsi all’estero. La legge israeliana convalida il matrimonio tra persone dello stesso sesso solo se si sono sposati in un paese dove è legale. Ma non è stato per i costi di quel viaggio d’amore che il conto in banca degli Altman si è più che dimezzato. “A quel punto abbiamo deciso di ricorrere a una madre surrogata e di fare l’inseminazione artificiale a Cipro, il posto più vicino a Israele dove è legalizzato”, raccontano dopo aver scritto un appello in italiano, in onore della bisnonna di Yuval, nata a Firenze, e per l’affinità che intravedono tra Israele e l’Italia.

“Come in Italia, dove la casta del Vaticano influenza l’agenda della casta politica, così in Israele la casta rabbinica orienta le scelte dei legislatori. Per questo noi siamo dovuti andare all’estero ben due volte per fare l’inseminazione artificiale e seguire le prime settimane di gestazione del feto generato con i nostri spermatozoi e l’ovulo di una giovane signora americana, già madre, che si era prestata a farsi inseminare e portare avanti la gravidanza, dietro compenso in denaro”. Una madre surrogata, che presta ovuli e utero a pagamento e poi consegna il neonato alla coppia. Ma i due israeliani non sono stati fortunati perché, entrambe le volte, i feti sono morti dopo un paio di mesi dal concepimento. “Ora non possiamo più riprovare: per pagare tutte le fasi, dall’inseminazione al soggiorno della signora americana e della sua famiglia, la clinica e i biglietti aerei abbiamo speso più di centomila dollari. Per affrontare quelle spese, avevamo deciso di rinunciare anche a comprarci la casa”. I due ragazzi all’inizio di febbraio avevano girato un video, che ha avuto molti contatti su Youtube, in cui, attraverso fogli scritti da loro, denunciavano la discriminazione insita nella legge israeliana e chiedevano donazioni per poter pagare di nuovo una madre surrogata. Nitzan Horowitz, il candidato dichiaratamente gay del partito di sinistra Meretz che a ottobre potrebbe diventare il primo sindaco gay di Israele, è dalla loro parte. Così come tutti i gay che li hanno emulati con video analoghi, come la coppia torinese salita sul palco di Sanremo.

Twitter: @robertazunini

il Fatto Quotidiano, 28 Maggio 2013