Vorrei spiegare le ragioni che mi hanno indotta a non firmare la proposta di legge d’iniziativa popolare sull’eutanasia promossa dai Radicali e da altre associazioni, pur non essendo, da laica, pregiudizialmente contraria all’eutanasia: 

  1. Leggo che il 65% degli italiani è a favore dell’eutanasia legale: come è stato rilevato questo dato? Infatti, so che oltre il 50% dei nostri connazionali non conosce le cure palliative, ignora di aver diritto a esse, non sa cosa sia un hospice e confonde eutanasia e sedazione terminale. Mi chiedo quindi: che consenso è questo? E’ un consenso degno di una democrazia matura, basato sull’informazione e il dibattito pubblico? Temo di no.

  2. I paesi che hanno depenalizzato l’eutanasia, come l’Olanda il Belgio, o lo stato dell’Oregon, hanno tutti cure palliative molto sviluppate, tra le migliori al mondo. In Italia, purtroppo, molto lavoro resta da fare sull’accompagnamento dei morenti. Chi garantisce che la depenalizzazione dell’eutanasia non finisca per essere una scorciatoia che rallenterà ulteriormente lo sviluppo delle cure palliative? Dove sono le indagini, condotte nei luoghi di cure palliative e negli ospedali, che ci offrano dati sulle percentuali di applicazione delle cure palliative (l’accesso dei cittadini dovrebbe essere garantito dalla legge 38 del 2010)? Dove sono i finanziamenti per le cure palliative? Perché chi raccoglie le firme sull’eutanasia non pone anche questa domanda al nostro governo centrale e ai governi regionali?

  3. Le decisioni su argomenti tanto delicati, che hanno a che fare con la vita e la morte dei cittadini, richiedono un ampio dibattito pubblico. In questo hanno ragione gli estensori della proposta di legge. Il dibattito non c’è stato. Abbiamo avuto solo la contrapposizione netta e ideologica tra due schieramenti (quelli del sì all’eutanasia e quelli del no). Il dubbio, l’articolazione del pensiero, lo studio dei casi non hanno avuto diritto di cittadinanza, neppure su riviste che si fregiano di promuovere il dibattito (una per tutte, Micromega).

  4. I paesi che hanno accolto eutanasia e suicidio assistito sono una minoranza. Come mai? Forse c’è il timore – più che di infrangere la presunta legge divina dell’indisponibilità della vita – di incrinare l’umanissimo tabù dell’uccidere. E non del tutto a torto. Nonostante le cautele delle leggi olandesi e belghe, resta che la civiltà è progredita restringendo sempre più l’ambito delle uccisioni legittime di un uomo da parte di un altro uomo, e anche di un uomo da parte dello Stato: il tentativo è ancor oggi quello di far abolire la pena di morte nei paesi in cui è ancora comminabile, e di diminuire il numero delle sentenze eseguite. Resta la legittima difesa, che ha anch’essa, però, il suo “eccesso di legittima difesa”. L’eutanasia, nonostante la prudenza del legislatore, è una pratica che procede nella direzione opposta. E’ indicativo, infatti, che nessuno di questi paesi abbialegalizzato l’eutanasia, e che la maggior parte dei codici penali siano rimasti intatti, prevedendo l’omicidio del consenziente e l’aiuto al suicidio come reati, ma con una depenalizzazione nei casi previsti dalla legge.

  5. Inoltre perché (anche per opportunità politica), non ci si è concentrati su una campagna a favore del valore legale del testamento biologico, così urgente, per tutelare i cittadini dallo strapotere della medicina contemporanea e dalla sua tecnologia invasiva?

  6. Perché non si richiede, parallelamente alla depenalizzazione dell’eutanasia, una migliore offerta di servizi, che realizzi una società solidale, nella quale il sostegno della collettività (ottenuto con vari strumenti, tra cui la facilitazione del lavoro delle associazioni non profit di cure palliative) permetta un miglioramento della qualità globale della vita dei malati e dei morenti?

Nel nostro paese, quindi, la crescita delle cure palliative, la loro estensione a pazienti non oncologici (l’applicazione, cioè della legge 38 del 2010) è molto più urgente della depenalizzazione dell’eutanasia per quanto riguarda il miglioramento della fine della vita. Inoltre, questo potrebbe essere un obiettivo che unisce, anziché dividere il paese. Nel frattempo, sul suicidio assistito e sulla depenalizzazione dell’eutanasia si potrebbe sospendere il giudizio, e intanto promuovere un’autentica informazione e un approfondito dibattito.