Sono di lacrima facile, ed evito come la peste i funerali, ma avrei voluto esserci anch’io, al Carmine, ai funerali del Gallo, il prete anarchico, ma prima ancora genoano, che ho incontrato una sola volta, quando lavoravo per “gli altri” di Rosanna Benzi, e non ci trovammo neppure simpatici, a lui piacevano i tossici e i portuali, meglio ancora se entrambi, mentre io ero e resto un professorino spocchioso. Avrei voluto essere lì, perdendomi nei vicoli come lacrime nella pioggia, per assistere a uno degli ultimi e sempre più rari miracoli del cristianesimo, il vero miracolo di Don Gallo: tenere insieme nello stesso luogo, la sua antica parrocchia del Carmine, da dove la Chiesa lo cacciò per sbatterlo altrove, pure alla Capraia, il cardinale e Valentina, portuale trans dalle spalle possenti, il rappresentante di una gerarchia sommersa dalla storia e tutto quel che resta del popolo di Dio.

Adesso l’inevitabile idiota chiederà il Gallo santo subito, e vorrà anche per lui lo spettacolo Rai in prima serata, fatalmente condotto da Massimo Giletti. Ma lui proprio non si presta a diventare il simbolo della pacificazione: lui era «divisivo», come si dice adesso, i vangeli direbbero, più propriamente, che è stato segno di contraddizione. Anche il rito che si è consumato al Carmine, studiato fin nei minimi dettagli dalla Provvidenza, a qualcuno che non ha mai capito nulla di religioni, e del cristianesimo in particolare, sarà parso una specie di sabba infernale. Eppure, nei lucidi disegni dell’Altissimo ci stava tutto, anche la contestazione al Cardinale, agnello mandato al macello mediatico da una Chiesa che ha divorziato dalla realtà, anche il commento in genovese alla sua omelia, «Veuen fan-ne credde che u Segnu u l’è mortu dau freidu», vogliono farci credere che Cristo non è morto in croce.

Sì, a quel punto ci stava tutto, ma proprio tutto, anche la comunione a Vladimir Luxuria, che l’ha ricevuta compunta con il suo rossetto rosso fiamma, per poi dichiarare crudele che non la faceva da quando aveva diciassette anni. Io non la faccio da molto di più, anche perché ero rimasto alla regola che prima bisogna confessarsi, ma a quel punto, se solo ci fossi stato, credo che l’avrei fatta anch’io, sono l’ultimo dei peccatori, e allora perché no? Ed è davvero con reverenza filiale, da ex chierichetto disobbediente, con tutta l’umiltà di cui sono capace e senza neppure un filo di ironia, che da ateo praticante mi permetto di rivolgermi al mio arcivescovo, oltreché Presidente della Conferenza Episcopale, con quest’appello fuori tempo massimo: Cardinale, si converta, impari da don Gallo e da tutto quel che resta del popolo di Dio.