‘Un corpo giace tra i rifiuti. Il vento fa rotolare carte, bottiglie di plastica, sacchetti vuoti e mucchi di stracci, ma, nonostante il turbinare di pattume e scarti, lo vedo in modo nitido. Vedo il corpo. Nudo. Senza occhi. Rimango in silenzio mentre l’aria sibila, sinistra, fra i rami degli alberi, sollevando i fiocchi dal suolo e facendoli mulinare nell’aria come coriandoli. Scendo: avanzo in mezzo ai rifiuti e ai detriti per vedere più da vicino. La neve sotto i piedi è solida, dura, una lastra che brontola mentre cammino. Era un essere vivente. Una donna. Ora è solo un guscio di carne e ossa, svuotato di ogni speranza. Lacrime salate mi scendono lungo le guance. Non riesco a fermarle, non ero preparata a uno scempio del genere. L’hanno scaricata come spazzatura. Il corpo è stato abbandonato per terra, come se avessero voluto rubarle non solo la vita, ma anche la dignità. Mi trovo davanti a una tragedia che racconta una storia vecchia come il mondo: una donna uccisa, mutilata, tradita da un uomo. I buchi neri sul viso mi strappano un ringhio di rabbia, mi chiedono vendetta.’

La letteratura come vendetta e denuncia delle troppe violenze fatte sulle donne. Questo il messaggio che passa alla fine della lettura de “Regina Nera – La giustizia di Mila” di Matteo Strukul, uscito due anni dopo “La ballata di Mila”, che aveva inaugurato nel 2011 la collana Sabot/age di EO, diretta da Colomba Rossi e curata da Massimo Carlotto. Anche questa seconda avventura è uscita per la stessa collana e, pur mantenendo lo stesso stile adrenalinico e pieno di colpi di scena, apre una pagina sul sociale molto più marcata rispetto al debutto di questa eroina dai capelli rossi e la katana sempre pronta a punire i cattivi di turno.

Un bosco sperduto del Trentino Alto Adige. Una bianca distesa di neve. Una donna torturata e uccisa a cui hanno cavato gli occhi. Mila Zago, cacciatrice di taglie per la BHEG, l’agenzia segreta per la sicurezza europea, viene incaricata di catturare l’autore del massacro. Ma procedendo nell’indagine, Mila scopre che la storia della donna uccisa s’intreccia con quella di Laura Giozzet, la prima candidata premier italiana: una donna che rappresenta una novità talmente sconvolgente per il sistema politico del Paese che qualcuno ha deciso di chiuderle la bocca a colpi di pistola, riducendola in fin di vita. In questo nuovo capitolo della sua Ballata, Mila si scontrerà con sette sataniche, politici corrotti e contro le più spietate e allucinanti sopraffazioni degli uomini. Come scritto nel quarto di copertina: ‘Con “Regina nera”, Matteo Strukul mescola il pulp al noir più cupo, quello di James Ellroy e Stieg Larsson, ripercorrendo le tracce di Ernst Theodor Amadeus Hoffman in compagnia di Joe R. Lansdale e Victor Gischler’.

È vero, sono tantissimi gli influssi letterari nella scrittura di Matteo Strukul, dai maestri americani fino ad arrivare a chiare influenze dei Segretissimo nostrani, passando, e questo era evidente soprattutto nel primo episodio, per Emilio Salgari, un Salgari con un gusto particolare per il sangue, la spettacolarizzazione e i colpi di testa, ma lo stile di questo bravo autore padovano è comunque originale e riconoscibile. Originale è l’ambientazione: un Trentino Alto Adige difficilmente utilizzato come cornice di storie pulp-noir; originale la psicologia di Mila Zago, con i suoi spontanei stati d’animo che la portano dalla ferocia estrema a una tenerezza tipicamente femminile. Non è facile per uno scrittore far parlare in prima persona una donna, si cade spesso in stereotipi o in scopiazzature imbarazzanti prese da rotocalchi e giornali, invece Strukul centra il bersaglio: Mila è credibile, umana, femmina.

Se nel primo episodio era presente una denuncia nei confronti della gestione non riuscita del melting pot padovano, con mafie cinesi a sostituire quelle nostrane e mafie nostrane a non voler lasciare il campo alla criminalità di matrice straniera, ne “Regina nera” la denuncia, il grido di battaglia è rivolto contro un mondo maschile e maschilista spesso ottuso, bieco, disumano. La scelta di affidare al genere pulp-noir la vendetta di una donna contro i colpevoli di femminicidio è riuscita.

Nella sua scrittura iperrealista e anfetaminica Matteo Strukul ha il coraggio di condannare e denunciare, di far emergere il suo punto di vista: basta con la violenza sulle donne e, comunque, se sei colpevole di una qualsiasi mostruosità verso un altro essere umano è giusto che paghi, e che paghi tutto.

Una scrittura diretta, veloce, accellerata e al contempo dilatata. Mila merita tutta la notorietà che ha raggiunto, e si merita di essere tradotta. Troverà spazio sugli scaffali delle librerie statunitensi, australiane e sudafricane. Una vittoria non solo per l’autore e per la sua eroina, ma per tutto il mondo editoriale italiano: ogni tanto all’estero passa anche la nostra buona letteratura.