Non per essere nostalgici ad ogni costo, ma i banditi, signora mia, non sono più quelli di una volta. Prendiamo Luciano Lutring, morto la notte scorsa a 76 anni nel suo letto dopo una vita spesa fra rapine e arte.

Il solista del mitra”, lo chiamavano, per via di un’idea brillante almeno quanto quella dell’anonimo titolista che lo consacrò alla storia della malavita con quel soprannome: Lutring nascondeva le armi dentro l’elegante custodia di un violino, strumento che aveva davvero studiato nell’infanzia, quando i genitori ambivano a fare di lui un concertista.

Ma nella Milano degli anni Sessanta, quando tutto sembrava a portata di mano ma in tante famiglie, come la sua, i “dané” bastavano per vivere e non certo per togliersi gli sfizi, al violino Lutring preferì la pistola: la sua prima arma, una Smith & Wesson della polizia canadese, gli guadagnò anche il primo di tanti soprannomi, “l’Americano”. Ma la comprò solo dopo aver provato il brivido della rapina.

Il primo furto non si scorda mai, cantava Jannacci, e a maggior ragione quello di Lutring, che avvenne quasi per caso. Così lo racconta nella sua autobiografia: “Un giorno mia zia mi chiese di andare a pagare una bolletta alle poste. Io andai, ma l’impiegato era lento e detti un pugno sul bancone. Nel movimento si vide la finta pistola che portavo sotto la cintura. L’impiegato credette che fosse una rapina e mi consegnò i soldi. Io pensai: “È così facile?”. E me ne andai col bottino”.

Cominciò così, la carriera del “bandito gentiluomo” (altro appellativo guadagnato sul campo) che non spaventava le vittime delle sue rapine ma le intratteneva con bonarie battute in dialetto milanese. Un romantico del mitra che conobbe l’amore sul lavoro: lei era una modella, si chiamava Elsa Candida Pasini (nome d’arte Yvonne Candy) e lui, in trasferta sulla riviera romagnola, rubò le sue valigie insieme a quelle di altri turisti. Era così’ bella Elsa-Yvonne, che Lutring se ne innamorò a prima vista e, per poterla conoscere, finse di ritrovarle le valigie. Fu uno dei suoi colpi migliori, culminato in un matrimonio.

Grandi alberghi, fuoriserie, belle donne, Lutring non si sottrasse certo al clichè del banditismo dell’epoca, ma narrano le cronache che dopo il matrimonio molti dei suoi colpi vennero realizzati principalmente per amore di Yvonne. Si mise a lavorare anche in trasferta, guadagnandosi, in Francia, l’ennesimo, ancorché non molto originale, appellativo: “Pericolo pubblico numero uno”. E in Francia finì la sua onorata carriera: era il primo settembre 1965 quando venne gravemente ferito in uno scontro a fuoco con la polizia.

Le danger public” si beccò una condanna a 22 anni, ma il carcere (dove ne scontò solo dodici) fu il luogo della sua rinascita. Lì incominciò a dipingere e a scrivere. Tenne perfino una corrispondenza con Sandro Pertini, all’epoca presidente della Camera.

Graziato da ben due presidenti, il francese Georges Pompidou e l’italiano Giovanni Leone, Lutring passò il resto della vita dedicandosi a quelle sue due ultime passioni, e con successo: dalla sua autobiografia, Lo zingaro, venne anche tratto un film con protagonista Alain Delon. E i suoi quadri sono stati esposti in numerose mostre e hanno vinto diversi premi.

Lutring ha molto rubato, ma non ha mai ucciso. Il volto sorridente, i baffi, capelli lunghi quando ancora non li portavano così nemmeno i Beatles e la storia della custodia del violino hanno fatto di lui un personaggio se non proprio amato, almeno rispettato dalla gente comune, sempre più spaventata, al contrario, dall’escalation di violenza che proprio dalla sua Milano prese il via negli anni Settanta. Droga, gioco d’azzardo, sequestri.

La fortuna di Lutring, se così si può dire, fu forse di essere in galera, per di più all’estero, al momento dell’ascesa della nuova mala, lontano dalle sirene del denaro ancora più facile, armato ormai solo di penna e pennello.