Circa 1 miliardo e 300 milioni di euro. Questa è la cifra che è stata devoluta al programma Emergenza Nord Africa, il progetto di assistenza promosso dal Ministero dell’Interno che insieme all’Anci, all’Upi, alla Protezione civile e alle prefetture di tutte le regioni italiane, da maggio 2011 avrebbe dovuto gestire l’ospitalità dei circa 60.000 migranti in fuga dalla rivoluzione in Tunisia e dalla guerra in Libia.

Un numero di uomini, donne e bambini in parte accolti come profughi dall’Italia e in parte emigrati nel resto dell’Europa, lasciando alla Protezione civile la gestione di circa 21.000 persone. Una spesa di 46 euro al giorno per ciascuno, che avrebbe dovuto garantirgli vitto, alloggio e un programma di assistenza e integrazione per promuoverne l’autosufficienza. Un progetto che invece ha finito per incrementare un mercato di truffe e raggiri e che, a febbraio 2013, si è concluso con l’occupazione dei centri di Pisa, Bologna, Padova, Torino e Firenze. Sedi attualmente autogestite dai migranti e da alcuni volontari determinati a denunciare la mala gestione del programma ed evitare a questi ragazzi di finire per strada senza alcuna tutela e prospettiva.

“A Pisa – spiega il volontario Fabio Ballerini – erano in 22 al centro accoglienza di via Pietrasantina diretto dalla Croce Rossa. Ora sono rimasti in 10, che autogestiscono la struttura. Nel centro si organizzano corsi di lingua, laboratori artistici, si coltivano l’orto e 8 di loro hanno anche cominciato un tirocinio col programma Giovani , che gli dà diritto a un rimborso di 500 Euro al mese e gli permette di prendere contatto col mondo del lavoro e di costruirsi un avvenire con autoconsapevolezza, come prevede il manuale Sprar, il sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati.

Un paio di settimane fa abbiamo anche partecipato al World Camp, idee per cambiare il mondo e adesso stiamo avviando un progetto di Teatro dell’oppresso. Inoltre, ci piacerebbe organizzare un incontro nazionale con tutte le realtà che si occupano dei migranti di Emergenza Nord Africa”.

“Quello che contestiamo alla Croce Rossa – continua Fabio – riguarda infatti il modo in cui è stato gestito il centro, dove è stato fornito semplice e mero assistenzialismo, che porta solo all’immobilità delle persone, e non certo alla loro integrazione. In pratica i ragazzi sono stati messi in questi container vicino al cimitero e affianco alla discarica-mezzi dell’associazione, con 3 docce per 22 persone e con appena 4 ore di corso d’italiano alla settimana. Avrebbero dovuto ricevere un orientamento per presentarsi in Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, ma l’avvocato l’hanno visto solo una volta”.

Mohamed Saleh è uno dei ragazzi del centro di Pisa. “Ho lasciato la Libia a 19 anni, nel 2011. Abitavo a Tripoli, dove studiavo informatica e lavoravo per mantenermi. Ma dopo lo scoppio della guerra la situazione è diventata insostenibile. Ho pagato 300 Dinar (circa 180 euro, ndr) per un posto in un barcone. Prima di partire mi hanno portato via tutto: telefono, vestiti, soldi. Eravamo più o meno 240 persone, stipate, senza cibo e con pochissima acqua che abbiamo lasciato alle donne e ai bambini. Dopo circa 30 ore di viaggio siamo arrivati a Lampedusa, dove siamo stati caricati su una nave militare che ci ha smistati fra le varie regioni italiane, e io sono stato lasciato a Pisa. Da subito avrei voluto iscrivermi all’università, ma ci sono riuscito solo quando Fabio e altri ragazzi del corso di Scienze per la pace mi hanno dato una mano a recuperare i documenti e avviare tutte le pratiche, cosa che da solo non sarei mai riuscito a fare. Adesso, grazie al loro aiuto, sono iscritto all’università, ho la borsa di studio, l’alloggio nella casa dello studente e la mensa gratis”.

“Sono contento di vivere in Italia – conclude Mohamed – che ti offre la tranquillità e la possibilità di aprire la mente e conoscere cose che prima non riuscivo neppure a immaginare. Tuttavia, non riesco a lasciarmi alla spalle il mio passato, e ho deciso di studiare Scienze per la pace proprio perché un giorno mi piacerebbe poter tornare in Africa e fare qualcosa per il mio paese”.

Accanto a lui c’è Elhelou Mohamed, anche lui originario del Ciad ma cresciuto in Libia, a Bengasi. Sono arrivati insieme due anni fa, e insieme hanno condiviso questa nuova esperienza. “In Italia mi trovo bene – racconta – anche se mi dispiace aver lasciato la mia famiglia, che non sento dal giorno in cui sono partito. Ma in questo momento tornare in Libia sarebbe davvero troppo pericoloso, e lo stesso vale per il Ciad, a cui continuo a pensare facendo il tifo per i ribelli, gli unici che potrebbero davvero cambiare le cose”.