Per tre volte, nella sua lunghissima vita politica, Giulio Andreotti ha bruciato le navi, si è tagliato i ponti alle spalle. Per tre volte ha compiuto una svolta radicale: cambiando tutto per non cambiare niente. La prima volta è stata nel 1974, quando in una clamorosa intervista ha “bruciato” Guido Giannettini, l’informatore dei servizi segreti ricercato per la strage di piazza Fontana in contatto con gli stragisti neri. La seconda è stata nel 1990, quando ha ammesso l’esistenza di Gladio e ha reso pubblico un primo, parziale elenco dei membri della pianificazione segreta anticomunista. La terza è stata quando lo “zio Giulio”, dopo anni di “amichevoli rapporti” con i boss siciliani, ha voltato le spalle a Cosa nostra.

Tre svolte che sono tre confessioni: ammettono la contiguità dello Stato nella storia delle stragi italiane, ammettono i rapporti tra istituzioni ed eversione e ammettono infine i contatti tra politica e mafia. Certo, Giulio si presentava (a differenza del suo gemello-avversario, Francesco Cossiga l’irriducibile) come flessibile, innovatore, pronto al cambiamento. In un senso solo: quando il ramo è secco, bisogna tagliarlo, perché la pianta possa crescere più forte. Andreotti lascia al suo destino la spia Giannettini, abbandona i “patrioti” di Gladio. E, nei prima anni Novanta, tenta perfino di sganciarsi da Cosa nostra, che con i voti siciliani lo aveva reso un leader determinante dentro la Dc.

Quando è avvenuta la terza svolta? Nella primavera del 1980, dicono le motivazioni della sentenza d’appello di Palermo del processo ad Andreotti Giulio, imputato di associazione per delinquere e associazione di tipo mafioso. In realtà è avvenuta molti anni dopo, all’inizio dei Novanta, quando i Corleonesi prendono il potere dentro Cosa nostra. Andreotti capisce che il sistema non regge più e (come aveva fatto per le “stragi di Stato” e per Gladio) manovra per sganciarsi dai cattivi rapporti siciliani. Si rende conto che non riesce a mantenere a Roma la promessa fatta dai suoi proconsoli a Palermo: l’annullamento in Cassazione del maxiprocesso di Giovanni Falcone. Cerca allora di sganciarsi dagli imbarazzanti “amici siciliani”. Lascia mano libera, al ministero della Giustizia, a Claudio Martelli, che sceglie Falcone come suo nuovo direttore degli Affari penali.

È solo allora che Cosa nostra prende atto del “tradimento” e avvia la stagione della resa dei conti: il 12 marzo 1992, a Mondello, uccide il proconsole di Andreotti nell’isola, Salvo Lima. Negli ultimi attimi prima della morte, forse gli sarà tornata alla mente la frase detta qualche anno prima a un altro collaboratore di Andreotti, Franco Evangelisti: “Quando si fanno dei patti, vanno mantenuti”. Sì: “Pacta sunt servanda”, gridano i viddani di Corleone, che non sapendo il latino lo dicono con i kalashnikov.

Qualcuno ha provato a giocare con le parole. Fabrizio Cicchitto: “Mediò con la mafia tradizionale, ma condusse una lotta senza quartiere contro quella corleonese”. Non meglio Giulia Bongiorno, secondo cui Andreotti avrebbe avuto rapporti, in fondo, con l’“ala moderata” di Cosa nostra, o addirittura la “mafia buona”. In che cosa consisteva la “moderazione” o la “bontà” della Cosa nostra di Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Tano Badalamenti? Furono loro a entrare alla grande nel business dell’eroina, diventando raffinatori in Sicilia e esportatori verso gli Usa. Furono loro a scatenare l’offensiva “colombiana” del 1979, una mattanza senza precedenti in cui furono ammazzati il capo della Squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, il capitano dei carabinieri Emanuele Basile, il capo del giudici istruttori Cesare Terranova, il procuratore della Repubblica Gaetano Costa, il presidente della Regione Piersanti Mattarella.

Dopo l’assassinio del suo compagno di partito Mattarella, Andreotti va in Sicilia e s’incontra per la seconda volta con il capo di Cosa nostra, Stefano Bontate: fa le sue rimostranze, come dopo un piccolo sgarbo, un affare andato male. Non una denuncia, non una parola ai magistrati. La mafia “buona”: quella che elimina Peppino Impastato; quella che nel 1982 uccide il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa. Prima di partire per Palermo, il generale passò da Andreotti per dirgli che non avrebbe avuto riguardo per la “famiglia politica più inquinata dell’isola”: e il senatore “sbiancò in volto”.

Questa la mafia “tradizionale”, “moderata”, “buona” di cui Andreotti fu sodale. Con i boss di questa mafia ha “coltivato amichevoli relazioni”, dicono le sentenze, “ha chiesto loro favori, li ha incontrati, ha interagito con essi”, intraprendendo “una vera e propria partecipazione alla associazione mafiosa, apprezzabilmente protrattasi nel tempo”. È questa la storia italiana che tanti in questi giorni rimpiangono e celebrano?