A mezzo secolo dalla nascita dell’Ordine dei giornalisti, la crisi economica e i rapidi cambiamenti tecnologici stanno mettendo in discussione la professione. Non ci sono più argomenti deontologici o giuslavoristici tabù. Volano stracci, anche di lusso, anche firmati.

La crisi è anche un’opportunità di cambiamento, vedi etimologia greca, come si dice sempre. Si parla della possibile abolizione dell’Ordine, creato nel ’63 su iniziativa dal sindacato dei giornalisti (Fnsi), organismo, quest’ultimo, nato in pratica insieme all’Italia (nel 1977 il primo presidente fu il letterato Francesco de Sanctis), sciolto durante il fascismo e rifondato nel ’44 dopo la liberazione di Roma.

Vecchio cavallo di battaglia dei radicali, l’abolizione dell’Ordine. Scrivere abitualmente su una testata, che sia la Campana di Casei Gerola o il Corriere, nel nostro paese, caso più unico che raro nel panorama mondiale, è, o meglio dovrebbe essere, appannaggio di chi ha il tesserino marrone (anche il colore punitivo e purgativo viene discusso). Almeno in teoria e Internet permettendo: per questo ho usato il condizionale. Altrimenti si cade nell’esercizio abusivo della professione, come uno che ti cava in denti senza la laurea, per intenderci. L’esame per diventare professionisti (l’albo dei pubblicisti sarebbe riservato a chi scrive come attività secondaria) è stato da poco reso più accessibile, ma continua a costare una cifra insostenibile per chi non è assunto come praticante.

In base a una norma da poco approvata l’esame lo possono fare tutti i pubblicisti che dimostrano di vivere di questo mestiere (non ci sono più requisiti stringenti di reddito). Oltre, naturalmente, a tutti quelli che hanno lavorato in una redazione: in regola come praticanti, e sono pochissimi (compresi i soliti raccomandati), o in nero. 

Poi però devi sborsare quasi 500 euro tra tasse e bolli vari, iscriverti obbligatoriamente a un corso preparatorio – quello online, per esempio, costa 200 euro -, andare a Roma due volte per fare scritto e orale nel bunker burocratico dell’hotel Ergife. Siamo sui mille euro come ridere. Ma poi c’è poco da ridere e stare allegri. Che cosa si risolve diventando professionisti? Nelle ultime infornate di esami ho incontrato molti trentenni che non lavorano già più o fanno lavoretti giornalistici saltuari per poche centinaia di euro l’anno.

Una conquista dunque? La “corporazione” finalmente si apre e diventa meno cooptativa o è solo l’ennesimo salasso? Tra pubblicisti e professionisti il numero dei giornalisti in Italia ha raggiunto quota 110mila. La tanto reclamata pulizia degli elenchi, cioè l’eliminazione di chi da anni non fa più il mestiere e usa la tessera solo per entrare gratis nei musei o grattare il ghiaccio dal lunotto, non è mai stata fatta. Ciascun iscritto è obbligato a pagare una quota annua di 100 euro, se no scatta la cartella esattoriale. Fanno circa undici milioni di euro.

Che cosa se ne fa l’Ordine? Gli competerebbero tre funzioni: sorveglianza deontologica, formazione professionale e tenuta degli elenchi. Sulla tenuta degli elenchi, ormai lievitati in modo mostruoso oltre quota 100mila iscritti, si è appena detto.

La sorveglianza deontologica è stata riformata e si stanno formando appositi collegi nominati dai tribunali. Le scuole, dopo avere proliferato pure quelle, sono in crisi sempre più, a volte servono solo a dare lavoro a chi insegna. Quella più gloriosa e antica, l’Ifg di Milano (Carlo de Martino), è stata incorporata nell’università statale perché non c’erano i soldi per mantenerla così com’era.

Anche chi esce dalle scuole ha diritto di fare l’esame da professionista. Dopo avere speso parecchio per frequentare il biennio, che è post-laurea, deve scucire il grano, mille euro minimo per l’esame da professionista (se lo passi al primo turno e ho visto gente che lo ripeteva per la terza volta). I tassi di bocciatura sono sempre maggiori. Un’altra novità, si fa per dire, è la Carta di Firenze.

La Carta di Firenze, ironizzava qualcuno, è quella che serve a foderare i cassetti. Teoricamente dovrebbe consentire di rivolgersi all’Ordine per chiedere una sanzione disciplinare nei confronti dei colleghi (redattori, capiservizio, direttori) che ti offrono lavoro a condizioni indecenti. I quali non potranno più trincerarsi dietro al solito alibi che quelle condizioni le impone il datore di lavoro, cioè l’editore, che loro non c’entrano niente col trattamento economico dei collaboratori. A più di un anno dall’approvazione si può fare un bilancio: i casi di applicazione sono rarissimi. Anzi: più unici che rari. Credo che ci sia solo un caso noto nel Lazio. Perché, contrariamente al previsto, non è stato istituito un osservatorio per vigilare sulle violazioni. E perché l’Ordine non può muoversi d’ufficio. Si deve aspettare che sia il singolo giornalista, sfruttato e ricattabile, a muoversi. Alcune realtà regionali si stanno attivando per denunciare le condizioni di sfruttamento dei collaboratori (pezzi pagati pochi euro, per intenderci) ai rispettivi ordini senza attendere che siano i freelance a muoversi.

Un importante gruppo editoriale ha di recente imposto ai collaboratori condizioni standard per cui i pezzi molti brevi sono pagati… zero euro. Zero. Il lavoro gratuito viola la Costituzione. Anche quello a condizioni non dignitose. 

Sui problemi della professione grava da anni una cappa di silenzio, un muro di gomma. Paradossale, grottesco, kafkiano perché stiamo parlando del mondo dei mass media, della comunicazione. Ma visto che sui giornali non se ne può parlare, perché gli editori non gradiscono, dove altro parlarne? Internet per fortuna sta un po’ cambiando le cose. Al festival del giornalismo di Perugia il premio Walter Tobagi, giornalista del Corriere vittima delle Br e protagonista dell’attività sindacale negli anni ’60 a Milano, è andato a un articolo sullo sfruttamento dei precari in questo settore. Autore Chiara Baldi per il blog L’isola del cassintegrati. Non si può dire che sia un’inchiesta con le contropalle: evidentemente si è voluto premiare l’intento, l’argomento.

A cinquant’anni dalla fondazione l’Ordine è un tassello fondamentale del mosaico di un mestiere che sta cambiando volto: 110mila iscritti sono circa un italiano su 550. Un italiano su 550 è giornalista, pubblicista o professionista che sia, anziani e bambini compresi. C’è qualcosa che non va. Se non si può riformare meglio abolire.