Perché la canzone di Elio e le storie tese sul “Complesso del primo maggio” è, a mio avviso, la più geniale e rivoluzionaria che abbiano mai scritto? Perché consente di fare ciò che raramente è permesso; dire le cose ovvie.

Affermare ciò che tutti vediamo ma non sempre osiamo dire per paura di infrangerci contro la mareggiata di conformismo e di politically correct tanto vigliacco e miserabile da accettare di sentirsi dire la verità solo da chi può permetterselo (da chi ha il potere di imporla grazie alla propria potenza di mercato).

Ve la vedete infatti una giovane band sconosciuta attaccare in modo tanto ironico quanto corrosivo, l’iconografia del “concertone” e della sua messa in scena?  Li avrebbero fatti a pezzi e lo sappiamo. La verità è un lusso consentito solo a coloro cui non serve più, i potenti o gli incoscienti.

E così, il pezzo di Elio diventa per tanti di noi la riedizione del predellino sul quale Fantozzi sbottò ed ebbe il coraggio di dire quello che pensava sulla Corazzata Potemkin. Se occorre intendersi, non è ovviamente il 1 maggio e il suo sacrosanto significato ciò che si vuol mettere in discussione.

A questo punto chiedo a Elio di decidersi a scrivere qualcosa sugli “eventi” musicali di Bologna, dove vivo, perché anche qui stiamo diventando un “complesso del primo maggio” senza saperlo. “Hai sentito – sento dire da amici che, qua a Bologna,  lavorano nell’informazione, nella cultura o nello spettacolo – che forte il pezzo di Elio?” Ma che cavolo abbiamo da ridere? Noi siamo messi esattamente così.

Conformismo e omologazione (per di più mascherata da un finto anticonformismo, e quindi la sua peggiore incarnazione) affliggono anche Bologna.

Andiamo all’ultimo esempio, in ordine di tempo, per il quale servirebbe l’aiuto di Elio: non siamo più capaci di chiamare cose col loro nome. Tutto deve potersi chiamare “evento”. Prendiamo la cultura in città come esempio, la necessità primaria è che tutto sia “evento”; non ci sono più semplici presentazioni, mostre, concerti o meglio ci sono a patto che si lascino molestare da un gigantismo provinciale che chiama “evento” il lavoro di un artista perché, evidentemente, quello stesso lavoro non gli basta. Delle nostre diffidenze verso l’ossessione del “grande evento” che scivola verso il format, nel avevamo  già parlato nel pezzo sul concerto per Lucio Dalla.

Tornando a noi, avete visto il calendario dell’estate a Bologna proposto dall’assessorato alla Cultura del Comune?

Chiariamoci subito, la frase “Questa estate non c’è un tubo da fare” è una frase cretina – che puntualmente sbucherà anche quest’anno – che non mi ha mai spaventato. Non delego infatti alla “vivacità” comunale il mio intrattenimento, direi che – nel caso – faccio anche da solo. Ciò non vuol dire che disprezzi o non fruisca della sua offerta quando mi piace (in Cineteca e al Lumiére, per esempio, ci ho praticamente vissuto) ma semplicemente che non è necessario spacciarmi quell’offerta come occasione della vita. E se mi si dice “eh ma non ci sono più soldi” io dico, per fortuna, perché è proprio quando mancano le risorse economiche che vediamo all’opera quelle cerebrali della fantasia, e vediamo se siamo ancora capaci di guardarci in faccia, di telefonare a qualcuno per scambiarci un libro o un film, di far un giro in bici per la città, di sera. Non c’è grano? Bene. Ci sono band e gruppi che hanno voglia e necessità di spazio in città? Ci sono artisti che non trovano spazio a teatro, o per le loro mostre, in città? Sarebbero loro il nostro “grande evento”, ascoltiamoli. Scoprire di avere in casa, ciò che affittiamo per una sera su Marte, perché c’è vita oltre i Radiohead.

Ma torniamo al cartellone estivo. Ogni anno, per certi aspetti, ho la sensazione di essere precipitato dentro la canzone di Elio che tanto ci fa ridere quanto pensiamo che sia rivolta sempre agli altri. Ok, sono gusti, ci sono cose ottime, molto buone, altre meno, altre da brividini di sgomento. Ma queste sono solo opinioni/gusti personali. Ciò che riproduce l’aria del pezzo di Elio è la sensazione che (in perfetto omaggio alla cultura genronto/chic/rivoluzionaria)  si possa, ad esempio, tentare di far passare il concerto di Manu Chao, come il “grande evento”, la stoccata da campione del Comune che ci “sprovincializza” tutti (ignorando che la paura di essere un provinciale è l’ossessione tipica del provinciale).

 “E infine, il grande evento finale sarà il concerto di Manu Chao” sarà la frase che, ipotizzo (ma posso sbagliare) qualcuno potrebbe pronunciare come se stesse ridisegnando i confini dell’orgasmo. Fosse stato il 1990 sarebbe un conto, ma sono passati un paio di decenni. Non ho nulla, se serve chiarirlo per sgombrare il campo da sciocchezze, contro Manu Chao  –  semplicemente prendo lui ad esempio di quanto intendo dire – dico solo che ho passato i 40 e sarei stanchino di queste gabbiette per criceti nelle quali si tenta di infilare il nostro cervello a rincorrere se stesso. Quello di Manu Chao allora non sarà un “evento” ma un buon concerto di un artista importante, il che mi pare già tanto no? Ce la faremo a chiamare nuovamente concerti i concerti, a gioire se la musica ritorna ad essere “solo” musica, e le nostre sere d’estate non saranno mai più “eventi” ma solo sere?  Abbiamo davvero bisogno che se ne occupi Elio per ricominciare a chiamare le cose col loro nome? 

Riusciremo a ridere di piccoli capolavori come il “Complesso del primo maggio”, capendo che in fondo, stanno parlando anche di noi?