Il nuovo esecutivo a guida Enrico Letta si farà. La sensazione emersa ieri è stata confermata oggi anche da Silvio Berlusconi, secondo cui “non ci sono problemi veri”. Eppure sui nomi di chi farà parte del prossimo governo è ancora braccio di ferro tra il premier incaricato, il suo partito e il Popolo della Libertà. L’unica certezza è che sarà una squadra politica, con esponenti di spicco dei principali partiti, da D’Alema ad Alfano, da Franceschini a Schifani, da Fassina a Quagliariello, con l’ipotesi del vicepresidente del Csm Michele Vietti alla Giustizia. Eppure all’indomani delle consultazioni, sul tavolo rimangono alcuni nodi da sciogliere. Non basta il “clima costruttivo” di cui ha parlato ieri Letta, perché quelle “significative differenze” con il Pdl continuano a tener banco negli equilibrismi per la composizione del governo. Lontananza soprattutto sul merito (i nomi), ma anche sul metodo (politici o tecnici?). In tal senso Silvio Berlusconi parla chiaro, bocciando l’ipotesi di Saccomanni al ministero dell’Economia. “Abbiamo già dato con i tecnici, veniamo da un governo che ha fatto disastri col suo eccesso di rigore” ha detto il presidente del Pdl, secondo cui “serve un governo politico che sappia rilanciare l’economia”.

I nomi in campo: Alfano, Schifani, D’Alema e i pezzi da novanta Pd-Pdl
Nomi? Il Cavaliere un’idea ce l’avrebbe, ma più che altro gli serve per proporre un suo fedelissimo. “Se volessero fare le cose per bene – dice al Corriere della Sera -, chiamerebbero me che in campagna elettorale ho sempre detto che mi proponevo come ministro del Tesoro, non come premier. Ma non lo faranno mai”. Quindi la proposta: “E allora c’è Brunetta: sarà incazzoso, litigioso, ma è uno molto intelligente”. Un ruolo per sè il Cavaliere comunque lo rivendicherebbe, magari “nella commissione per le riforme istituzionali”, se si farà. Quella di Brunetta, tuttavia, sembra un’ipotesi non credibile. Nonostante la sponsorizzazione di Berlusconi, infatti, a via XX Settembre potrebbe andare Giuliano Amato, in netto vantaggio all’interno di una rosa con pochissimi petali (su tutti il direttore generale di Bankitalia Saccomanni, seguito dal vice segretario generale dell’Ocse Pier Carlo Padoan e dal vice di Saccomanni ed ex saggio di Napolitano Salvatore Rossi). La scelta del ‘dottor Sottile’, del resto, aprirebbe il campo ad un governo con fortissima caratura politica, al cui interno potrebbero accomodarsi anche Massimo D’Alema agli Esteri (l’alternativa è Giampiero Massolo), Maurizio Lupi alla Sanità, Mario Mauro all’Istruzione, Mara Carfagna alle Pari opportunità, Dario Franceschini (in alternativa Sergio Chiamparino o Francesco Boccia) allo Sviluppo economico, Stefano Fassina al Lavoro (outsider sempre Chiamparino, Tiziano Treu e Carlo Dell’Aringa), Enzo Moavero Milanesi alle Politiche comunitarie (la sua riconferma escluderebbe Anna Maria Bernini), Annamaria Cancellieri confermata agli Interni e Gaetano Quagliariello alle Riforme. A questi potrebbero aggiungersi altri pezzi da novanta del Pdl, con Alfano come vicepremier (nomina a quanto pare sicura) e Renato Schifani (alla Difesa) e Mariastella Gelmini magari al posto di qualcuno non particolarmente gradito al Cavaliere. Alla faccia della voglia di Enrico Letta di non avere ex ministri in squadra.

Il nodo sulla Giustizia: si fa strada l’ipotesi Vietti
Capitolo a parte quello che riguarda il ministero della Giustizia. E’ Michele Vietti, che tanta parte ha avuto nell’insabbiamento della questione della trattativa Stato-Mafia l’uomo su cui Enrico Letta ha deciso di puntare. Il suo nome, non a caso, è uscito dal cilindro di Napolitano come quello di Saccomanni per l’Economia, che però il Cavaliere non vuole, mentre punta ad avere la Commissione per le riforme dove, come ministro, dovrebbe andare Lupi. Il governo, comunque, nascerà nonostante il Pd, dove ieri è scattata una trattativa parallela tra il premier incaricato e Matteo Renzi, che Letta vorrebbe candidato alla segreteria del partito. Intanto, il capogruppo Speranza sta chiamando ogni eletto: “Dimmi come voterai”. Quella di oggi, intanto, si preannuncia come una giornata di riflessione, ma anche di incontri e telefonate per trovare la quadra definitiva, in un rincorrersi di colloqui che, per il centrodestra, sta seguendo direttamente Denis Verdini, plenipotenziario del Cavaliere di ritorno dall’America. Scelta civica sosterrà il governo. Sel conferma che starà all’opposizione senza che ciò significhi, come dice Vendola, “regredire verso forme di radicalismo e di populismo”. Maroni attenderà “l’intervento in aula del premier incaricato ma salvo miracoli noi staremo all’opposizione”. Anche Crimi e Lombardi (M5S) dicono di non volere restare in un angolo a guardare: “Se vedremo i fatti ci saremo. Siamo all’opposizione ma ci interessano le presidenze delle commissioni di garanzia”.

La questione della fiducia: il Pd vuole cacciare chi vota contro
Un governo del genere – se nascerà e se avrà questa composizione – dovrà poi ricevere la fiducia del Parlamento. I tempi sono stretti (oggi o domani la presentazione della squadra a Napolitano, poi il giuramento, lunedì fiducia alla Camera, martedì al Senato), ma questo non è l’unico e principale problema per Enrico Letta. Perché la fiducia arriverà, ma bisognerà anche vedere come e con quali numeri. E come al solito il fronte più agitato è quello interno al Partito democratico. Dario Franceschini lo ha detto chiaramente, Roberto Speranza lo ha confermato, Francesco Boccia lo ha ribadito: chi non voterà la fiducia al governo di Enrico Letta rischia di essere espulso dal Pd, circostanza che ha aperto nuove tensioni tra i democratici, con Pippo Civati a guidare la fronda di chi non ci sta né all’inciucio con il Pdl, né all’imposizione di una fiducia dall’alto. 

Dal canto suo, invece, Berlusconi sottolinea che l’ok del Pdl al governo arriverà non per il placet su un singolo provvedimento, come l’Imu, ma “sulla qualità complessiva della manovra che verrà proposta”, precisando che il Pdl ha già presentato “sei disegni di legge per il lavoro e per le imprese. Possiamo fonderli in un unico provvedimento, una specie di decreto salva Italia”. Per Berlusconi, comunque, fra le priorità rimangono l’eliminazione “della camicia di forza che la burocrazia impone alle imprese, con le eccessive autorizzazioni ex ante necessarie ad avviare un business”, l’abrogazione “dell’Imu, patrimoniale permanente che ha tolto soldi dalle tasche delle famiglia e fiducia”, ma anche la riduzione “dell’Irap” e un radicale cambiamento di Equitalia.