Ha ascoltato tutti i partiti presenti in Parlamento in un solo giorno, poi 24 ore di riposo e forse Enrico Letta scioglierà la riserva tra sabato e domenica. Da una parte dice che il compito è grave e che con il Pdl le differenze restano. Dall’altra che lo spirito è costruttivo e che, nonostante senta ancora il peso sulle spalle, tutti lo incoraggiano, compreso Silvio Berlusconi. Il presidente incaricato dunque potrebbe ricevere il mandato da Giorgio Napolitano, annunciare una lista di ministri (sarebbero 18) e presentarsi alle Camere tra sabato e domenica. Per arrivare subito ai numeri l’esito della giornata di consultazioni (qui la cronaca ora per ora) è che le chiusure nette sono arrivate da Movimento Cinque Stelle, Sel, Lega Nord e Fratelli d’Italia. Tutti gli altri o hanno già dato disponibilità a sostenere l’esecutivo di grande coalizione o – come il Pdl – fissare bene i paletti e disegnare la cornice all’interno della quale ci si deve muovere. Inutile negare, per esempio, che il problema principale sarà trovare una convergenza tra le varie forze politiche della nascitura maggioranza (Pd, Pdl, Scelta Civica) sulla restituzione dell’Imu promessa dal centrodestra.  Sulla carta il governo Letta dovrebbe partire da un bacino potenziale di 456 voti a Montecitorio e 239 al Senato, quindi uno scarto di 140 voti alla Camera e di 79 a Palazzo Madama. 

Tuttavia, a parte la prudenza di Letta, quale sia il risultato del dialogo tra le varie parti in gioco traspare da alcune dichiarazioni. Cicchitto parla di un governo che deve durare 2 o 3 anni. Il presidente del Senato Piero Grasso auspica una durata, per effettuare le riforme necessaria, addirittura di 5. Letta ha messo le carte in tavola e chiarito quali sono i lati del triangolo dentro al quale sta agendo: emergenza economico-sociale e sviluppo, riforma della politica e revisione degli accordi Ue.

Una chiarezza che sembrano avere apprezzato perfino i capigruppo Cinque Stelle, anche se la replica è stata prevedibile. Il ragionamento dei parlamentari del Movimento resta: voteremo legge per legge, quando vedremo i fatti valuteremo sul da farsi, perché al momento di cambiamento non c’è neanche l’ombra. Al che Letta ha avuto l’agio (rispetto al suo “predecessore” Bersani) di poter rispondere: “Fate un passo, anche dopo il no alla fiducia”. L’invito del presidente incaricato è stato quello di abbandonare questa “frustrante incomunicabilità” e di “mescolare i voti”, che è l’unico modo per risolvere la questione nel modo più corale possibile. Insomma: “Scongelate i vostri voti”. Vito CrimiRoberta Lombardi hanno replicato che da una parte lo stallo non è certo dovuto alla presunta “incomunicabilità” dei Cinque Stelle (“Noi il dialogo l’abbiamo offerto con la candidatura di Rodotà”) e dall’altra che il congelamento semmai è quello degli ultimi 20 anni a causa degli stessi partiti che ora intendono governare insieme.

Quanto a Berlusconi il problema è politico: dagli Stati Uniti il Cavaliere lancia  l’idea di una sorta di nuovo decreto salva-Italia che accorpi le proposte chiave del Pdl di taglio dell’Imu e di aiuti alle Pmi e così cerca di imporre al premier incaricato un manifesto programmatico che è la bandiera del Pdl. Con tutto ciò che ne conseguirebbe in termini di immagine. L’ex presidente del Consiglio è sempre molto abile nel tenere coperti i suoi veri obiettivi. In questo caso tenta di disinnescare il problema del toto-nomine e la necessità di imporre sgraditi veti ai suoi candidati ministri (alcuni non piacciono al Pd) in cambio di un successo visibile sulle cose da fare. La stessa ipotesi di restituzione parziale dell’Imu sulla prima casa in titoli di Stato, brevemente circolata in giornata, rappresenterebbe agli occhi dell’opinione pubblica un adempimento delle promesse elettorali. Un successo.

E’ chiaro che Letta non può farsi incastrare in una partita di questo tipo. E infatti Angelino Alfano, pur sottolineando lo spirito costruttivo, ha detto che restano alcuni nodi da sciogliere. Ma comunque il dialogo va avanti perché la vera emergenza, e su questo sono tutti d’accordo, è la paralisi dell’economia italiana. Del resto attardarsi nel minuetto dei veti incrociati è una strategia inutile nell’ottica di un governo del Presidente: si sa bene che l’alternativa al successo di Letta sono le elezioni anticipate. La stessa formazione della squadra di governo (tutti chiedono personalità di alto profilo) è in un certo senso secondaria rispetto al rasserenamento del clima generale.

Preoccupa piuttosto ciò che si muove sottotraccia nel Pd. I dissidenti pronti a non votare la fiducia (da Laura Puppato a Pippo Civati) non sono ufficialmente molti, ma in realtà il malessere è più ampio di quanto appaia. Lo dimostra la minaccia di espulsione dal partito di quanti assumessero un atteggiamento di questo tipo da parte di un fedelissimo di Letta, Francesco Boccia: se si è sentita la necessità di un tale avvertimento, significa che l’opposizione alle larghe intese è ancora troppo forte. Anche per i futuri alleati che rischiano di trovarsi spiazzati (Fratelli d’Italia – che non voterà la fiducia – teme una specie di Monti-bis, declinato in senso politico). Matteo Renzi assicura il suo sostegno al governo che nascerà: “Saremo al suo fianco – dice il sindaco di Firenze – per mettere fine ad una delle pagine più brutte e inconcludenti della nostra storia. Ora arriva il momento nel quale gli auspici devono diventare realtà. Chi ha il coraggio delle proprie azioni deve arrivare in fondo, non deve disertare”. 

Un atteggiamento simile a quello di Nichi Vendola il quale però non può sperare di organizzare con loro un’opposizione comune: basti pensare alle polemiche sul 25 aprile, di cui Beppe Grillo (“becchino planetario” per stare alle parole del leader di Sel) ha decretato la morte. Il fatto è che l’illusione di coniugare le critiche dei 5 stelle con quelle della sinistra non può durare a lungo: i primi non mancano occasione di distribuire indistintamente mazzate a destra e a sinistra, la seconda invece è animata principalmente dall’antiberlusconismo. Vendola è giunto al punto di paragonare il Pdl ai fascisti: provocazione caduta nel vuoto ma che finisce anche per dare la patente implicita del Quisling a chi collabora con la destra. Una scomunica che certo non aiuta il lavoro di ricucitura di Letta per una nuova fase di pacificazione nazionale.