Prima di tutto i contenuti, considerati “essenziali” come l’abbattimento del prelievo fiscale per le nuove assunzioni e la restituzione dell’Imu. A questo Silvio Berlusconi non intende rinunciare. E, proprio per l’Economia, in una telefonata serale, il Cavaliere ha proposto a Enrico Letta il nome di Giuliano Amato. Considerando, evidentemente, il dottor Sottile come un uomo di propria fiducia. Quanto al resto della composizione del governo di Enrico Letta, dal punto di vista del Pdl ci potranno anche essere figure tecniche, come Enrico Giovannini allo Sviluppo Economico, tanto per dirne uno, ma poi gli altri ministri dovranno essere di peso, fortemente politici e “chiaramente riconoscibili”. “Se si mandano le controfigure – sintetizzava mirabilmente in mattinata Maurizio Gasparri – allora ci si disimpegna e sarebbe un motivo di non fiducia”.

Stessa musica anche da Angelino Alfano. Che memore delle direttive raccolte ieri a palazzo Grazioli, durante una lunga riunione di vertice con Berlusconi, ha subito messo paletti precisi all’azione di Enrico Letta: “Per noi non ci sarà un nuovo caso Marini – ha detto il probabile vicepremier del possibile nuovo governo Pd-Pdl- Scelta Civica – non daremo il sostegno a uno di loro cui loro non daranno un sostegno reale, visibile, con nomi che rendano evidente questo sostegno e con un programma fiscale chiarissimo ed inequivocabile”. Insomma, il Cavaliere vuole un governo forte, politico e duraturo. E lo vuole costruire tenendo molto alto il prezzo del suo endorsement nel nome della “responsabilità nazionale”. Il problema, infatti, non è Enrico Letta, visto comunque come persona affidabile, se non altro per ragioni di famiglia (è nipote di Gianni) e di evidente opacità carismatica, fatto che lo ha reso gradito perchè considerato non pericoloso come Matteo Renzi.

Il problema è il Pd. Se il partito non dovesse reggere il peso di un governo di larghe intese con dentro ministri del calibro della Santanchè, di Brunetta, ma anche della Gelmini, di Schifani o di Cicchitto allora – è il ragionamento – saranno gli altri e non il Pdl ad aver ‘spinto’ verso un ritorno al voto. Che, comunque, il Cavaliere non teme. Affatto. Giusto ieri, prima della partenza per Dallas, dove ha salutato l’amico George W.Bush, Alessandra Ghilseri gli ha fatto recapitare un sondaggio che gli ha fatto battere forte il cuore. Nonostante la sconfitta in Friuli, il Pdl oggi veleggia sul 35%. E se si andasse alle urne domani, il risultato sarebbe senz’altro esaltante. Ma ci sono alcune cose da fare comunque per rendere anche stabile questo risultato.

Prima di tutto le riforme economiche, certo, ma poi anche quelle istituzionali. Soprattutto “una” riforma. Berlusconi è fissato con il presidenzialismo, da agganciare alla riforma elettorale che, come ha sottolineato anche Napolitano, non è più rinviabile. Perchè quello a cui aspira veramente il Cavaliere adesso, dopo la rielezione di Napolitano e la Consulta che, nelle prossime settimane, potrebbe cancellare il processo Mediaset eliminando la condanna, è quello di diventare il primo Capo dello Stato italiano eletto dal popolo. E conta di riuscirci. Per fare questa riforma, però, c’è bisogno di un governo che duri almeno un anno e mezzo. Ecco perchè, ancora ieri sera, c’era una parte del Pdl che faceva il tifo per un governo ‘light’, senza personalità di primo piano del centrodestra, per non rendere il governo tanto indigeribile al Pd da far fallire il tentativo Letta e provocare uno show down dalle conseguenze impossibili da prevedere. L’opzione urne, magari nella prossima finestra di ottobre, resta aperta, ma solo in caso di emergenza.

I ministri del Pdl, dunque. Berlusconi vorrebbe (almeno) il ritorno di Sacconi al Welfare, di Maria Stella Gelmini o Maurizio Lupi all’Istruzione e di Angelino Alfano a vice premier. Se la Lega tornerà sui suoi passi, dando la fiducia, allora Giorgetti potrebbe conquistare l’Agricoltura. C’è però un nodo di non poco conto, la Giustizia. Al Cavaliere andrebbe anche bene una come Fernanda Contri, giudice costituzionale ma soprattutto sorella di Alberto Contri, per anni colonna berlusconiana in Rai. Però, certo, preferirebbe uno dei suoi. E se, come più che probabile, Gaetano Quagliariello andrà alle Riforme in qualità di “saggio”, sarà pressochè impossibile piazzare uno come Schifani a via Arenula; davvero troppo ingombrante un ex presidente del Senato a guardia delle necessità di tutela del Cav. Luciano Violante, altro saggio, sarebbe altamente gradito, ma Enrico Letta non lo ama e questo è visto come un ostacolo di non poco conto. Certo, ha detto ai suoi Berlusconi, non potremo mai accettare una figura ostile. “Tutto si tiene in piedi per miracolo – commentava ieri alla Camera un pidiellino di rango – e la trattativa andrà avanti sul filo di lana fino all’ultimo minuto; basta davvero un niente per mandare tutto in aria”. Comunque, c’è chi fa il tifo perchè il governo del grande inciucio nasca e sia prolifico: “Se foste vicini di casa di E. Letta – twittava ieri Giuliano Ferrara (@ferrarailgrasso) e vi fosse capitato di vedere con che dolcezza accompagna le sue crature all’asilo, votereste la fiducia”. Una benedizione senza dubbio di peso.