Il 25 aprile del 2013, probabilmente, per una coincidenza vagamente beffarda, lo ricorderemo come il giorno della definizione del Governo Letta junior, al cui “equilibrio” l’incaricato con riserva sta alacremente lavorando.  Un governo che secondo i desiderata di Silvio Berlusconi, avvalorati anche dalla Gelmini ad 8 e mezzo,  potrebbe avere alla vicepresidenza o in una posizione di rilievo, in alternativa al fido Angelino, pure Letta senior , quello che d’altronde come diceva Veltroni “qualsiasi presidente del consiglio vorrebbe avere nel suo esecutivo”.

Verosimilmente  un governo a direzione “familiare“, anche se al tavolo non siederanno sia il nipote che lo zio come ha osservato Beppe Grillo. Oltre che marcatamente politico, come pretendono Brunetta e Gasparri per conto del capo, volato negli Usa per celebrare gli amici Bush, da dove detta la linea con contatti frenetici; decisamente non ‘di scopo’ né tantomeno ‘di transizione’ o ‘a termine’.

Nell’annunciare l’incarico ad Enrico Letta, il nostro bis-Presidente della Repubblica, probabilmente ancora una volta con ‘le migliori intenzioni’ ha rivolto un invito molto stringente all’informazione, perché  cooperi sulle larghe intese o sul governo di convergenza secondo la definizione presidenziale.  

Napolitano ha sentito l’esigenza, evidentemente a suo giudizio prioritaria ed ineludibile, ma alquanto singolare rispetto al dettato costituzionale e la natura delle moderne democrazie liberali, di sollecitare (per non dire pretendere tout court) un clima da ‘grandi intese’ anche da parte del quarto potere, e cioè quello che in America viene definito semplicemente “il cane da guardia della democrazia“.

Adesso naturalmente aspettiamo di vedere i ministri.  Però non può sfuggire che aver individuato come capo dell’esecutivo Enrico Letta, vicesegretario democratico avalla le richieste di ministri politici da parte del Pdl  e contemporaneamente vincola in modo ancora più stringente un Pd sfatto ad una fiducia a cui tanti si aggrapperanno, nella vana speranza di ‘ricompattarsi’.

Naturalmente, forte dello stato di disfacimento del suo ‘avversario’ di larghe intese Berlusconi alza la posta, pretende di avere i ministeri-chiave, avversa la Cancellieri all’Interno, temendo che possa fare sul serio contro la criminalità organizzata, inestricabile da quella politico-affaristica, e pone sul fronte dell’economia come irrinunciabili le sparate della campagna elettorale, a cominciare  dalla soppressione-restituzione dell’Imu.

Quanto alla Giustizia, Berlusconi sarebbe comprensibilmente rassicurato dall’ipotesi Violante, finora la sua preferita, e comunque da un capo dell’esecutivo che ha dichiarato, senza sentire l’esigenza di smentirsi, che “Berlusconi ha diritto di difendersi nei processi e dai processi”; a rigore di logica si potrebbe persino ipotizzare un legittimo impedimento di  legislatura. E poi forte del suo “alto profilo istituzionale” c’ è anche l’ex seconda carica dello Stato Renato Schifani che ambirebbe a diventare ministro della Giustizia.

Non a caso l’irrefrenabile Brunetta ha messo al primo posto, tra le priorità,  la riforma della giustizia che “incrocia l’economia” nel senso di rafforzare “le garanzie” del giusto processo (indovinate per chi) e di “riformare le intercettazioni”, ripartendo presumibilmente dal “pacchetto” Alfano.

Dunque un  governo ‘politicissimo’ come lo ha definito preoccupato Pippo Civati, di lunga durata e forte come ha ribadito Berlusconi, con un programma improntato agli 8 punti del Pdl e con una serie di probabili ministri, non ultima la Gelmini all’istruzione,  che potrebbe costare un prezzo da liquidazione finale al Pd che solo quaranta giorni fa  per bocca del suo ex segretario ripeteva “con Berlusconi mai”.

Anche perché in casa Pd invece che domandarsi come hanno fatto a mettersi in questo cul de sac, con una serie di passaggi scellerati tra cui spiccano l’affossamento di Stefano Rodotà e di Romano Prodi, continuano a prendersela con  ‘i nemici’, non importa se Grillo ‘il fascista’ o da ultimo ‘Nichi il traditore‘,  dato che  Sel ha deciso di stare all’opposizione.