Napolitano l’insostituibile” ha voluto aprire il suo discorso di reinsediamento appellandosi in primis, e con un moto di commozione, alla “fiducia ed affetto” che riscuote tra “grandi masse di cittadini”, anche se secondo un recentissimo sondaggio il gradimento degli italiani per lui si è fortemente ridimensionato. 

Ha riconosciuto come la sua rielezione sia “una scelta legittima ma eccezionale” per dare una testimonianza di “vitalità istituzionale” in un momento tanto drammatico per le istituzioni ed il paese. Poi per una singolare par condicio ha messo sullo stesso piano “le chiusure e i guasti, i calcoli di convenienza, i tatticismi e gli strumentalismi” di una classe politica incapace di dare risposte ai cittadini con le deprecate “campagne di opinione demolitorie” e con le “rappresentazioni unilaterali e distruttive”.  

Le reazioni della casta ovviamente sono state di plauso incondizionato al passaggio critico nei confronti della parte sempre minoritaria di informazione messa all’indice come istigatrice degli “istinti antipolitici” perché fa il suo mestiere e non si adegua alla demonizzazione imperante a reti e testate unificate del dissenso e dei cittadini che spontaneamente vanno in piazza.

Va riconosciuto che il neopresidente succeduto a se stesso, con quella che viene disinvoltamente definita “innovazione della prassi” ha ammonito i plaudenti a “non indulgere” con se stessi, perché sono loro i responsabili del “nulla di fatto”, in primis sulla mancata nuova legge elettorale motivo “di grave frustrazione per i cittadini” e poi sul taglio dei parlamentari e sul superamento del bicameralismo perfetto.

Napolitano ha chiaramente accusato tutti quelli che ora lo hanno “gravato della nuova responsabilità” di essere gli stessi che “hanno vanificato tutti gli sforzi” di persuasione in tal senso e che dovranno rispondere della loro “sordità”  davanti al paese.

Poi non poteva mancare il richiamo al “metodo democratico” assegnato dalla Costituzione ai partiti (in verità disatteso per sessant’anni) o ai movimenti politici organizzati a cui “non può essere contrapposta la rete” e il monito agli onorevoli ad essere “esponenti della sovranità popolare e non di una fazione”, anche se molto spesso abbiamo constato che sono stati espressione solo dei loro interessi privati in contrasto con la legge e la Costituzione.

Per ribadare come lui sia lì non per esercitare in tempi relativamente brevi il potere di sciogliere le camere, che non aveva nell’ultimo semestre del precedente settennato, ma per formare un governo di larghe intese, Napolitano ha fatto esplicito riferimento all’Europa, come era pressoché scontato, negando così ontologicamente l’anomalia democratica e l’aberrazione italiana del ventennio della seconda repubblica. 

La necessità di intese, a prescindere da qualsiasi elementare precondizione per una democrazia liberale, è stata ribadita con forte enfasi bollando come “segno di una regressione l’idea che si possa fare politica senza mediazioni.

Come se il Presidente non fosse a conoscenza del non piccolo dettaglio che l’indignazione dei cittadini e dell’opinione pubblica non è indirizzata alla mediazione politica trasparente ma ai “patti della crostata” e alle trattative per “salvacondotti” di varia forma ma di identica sostanza che si accavallano da venti anni a questa parte e che sono la premessa del sostegno a qualsiasi esecutivo per Silvio Berlusconi.

La sua soddisfazione, forse oltre le aspettative, platealmente manifestata durante e alla fine del discorso, complimentandosi con apprezzamenti stratosferici per Napolitano, sarebbe ben motivata se come sembra la formazione del governo, più presidenziale che mai, fosse affidata a Giuliano Amato e se alla giustizia andasse un altro fantastico “vecchio comunista” come quella ex “toga rossa” di Luciano Violante, supremo avversario dello “strapotere giudiziario”.

Quanto ai suoi poteri, Giorgio Napolitano ha sentito l’esigenza di garantire che la sua nuova investitura alla massima carica dello Stato sarà improntata ad “un accresciuto senso del limite”. Più che accresciuto, forse avrebbe fatto meglio a dire “ritrovato” senso del limite dopo un settennato che ha registrato una dilatazione senza precedenti dell’estensione del potere presidenziale. 

Ma al di là delle sue migliori intenzioni sembra difficile, dopo la reinvestitura con ampio consenso di partiti che da deboli sono diventati spettrali e l’acclamazione mediatica senza freni a cui stiamo assistendo, che Re Giorgio fatto imperatore da una partitocrazia liquefatta, possa ritornare a fare il presidente nello spirito della Costituzione, ora meno che mai.