Dedicato a:

quelli che “insomma, caro Pd, fai ‘sto goverrnissimo delle larghe intese e non fare troppo il puntiglioso sulle differenze con il Pdl”
quelli che “ci piace Renzi perché è uno che sfonda a destra”
quelli che “la prossima tappa sono i bastoni per strada”
quelli che “queste buste minatorie con proiettili che ricominciano a girare per le redazione dei giornali magari daranno una scossa per uscire da questo stallo”
quelli che “le ideologie sono finite e solo quattro dinosauri legati al passato girano ancora con la bandiera spiegata”….

***

Vado spesso a Roma per lavoro e in tali occasioni raramente ne riesco ad apprezzare la struggente bellezza. Le visite nella capitale toccata e fuga, con appuntamenti dislocati in varie parti della città, sono troppo spesso caratterizzate da ansie e nervosismi per il traffico insopportabile, i mezzi pubblici che funzionano a singhiozzo ed altri guasti ad una normale operatività di una città di tali dimensioni. Ma recentemente vi sono stato per un week-end vacanziero, con mia figlia di 8 anni. Penso di aver girato abbastanza il mondo, sia quello “sviluppato” che quello in via di sviluppo, per avere un compasso di paragone sufficientemente ampio: e rimango convinto che una città di tale bellezza non esista in nessun altro paese, con un tale mix di storia, cultura, natura, tradizioni, calore umano, clima e cucina.

La Roma vissuta da turista mi ha aperto gli occhi su un fenomeno di cui si parla troppo poco, a mio parere. Se fate il classico fine settimana turistico, con giro della città sui bus colorati a due piani delle varie compagnie di “Sightseeing Tours”, passeggiate in centro con fermata nelle bancarelle di Piazza Navona, cene a Trastevere ed a Testaccio, vi accorgerete immediatamente di un elemento evidentissimo: la gestione turistica della nostra capitale è sostenuta da personale quasi esclusivamente straniero. I bigliettai dei bus sopra menzionati sono in maggioranza asiatici, le guide sono preparatissime donne poliglotte dell’Est Europa, buttando un occhio nelle cucine dei ristoranti tipici, popolari e non, farete fatica a riconoscere un viso italiano. Insomma, il nostro Paese gestisce il proprio patrimonio più prezioso ed apprezzato all’estero grazie al lavoro degli immigrati, che svolgono tale compito con competenza, dedizione e professionalità.

L’immigrazione non è un fattore esogeno, ma fa parte della nostra società come componente strutturale ed edificante del vivere civile. Non se ne sono ancora accorti quei politici di retroguardia, appartenenti ad una cultura escludente e discriminante, che ancora ai giorni nostri gridano al “dagli all’immigrato”, magari non più con le pagliacciate alla Borghezio ma con meccanismi molto più raffinati, seppur figli della stessa forma mentis: graduatorie preferenziali per posti a scuola ed assegnazioni di case, accesso a determinati posti di lavoro con quote di riserva etc… Le nostre cronache, anche molto recenti, sono spesso pieni di tali deteriori esempi promossi soprattutto da amministratori di enti territoriali.

Certo, la giustificazione di base è sempre quella: non si parla degli immigrati onesti e che lavorano, ma di quelli che stanno per strada a delinquere…Attenzione, distinguiamo gli ambiti: un immigrato che commette reati sul nostro suolo va trattato e punito come un nostro connazionale, senza evocare per forza lo spettro di rimpatri ed espulsioni. Il principio giuridico di base deve essere il medesimo, essendo la legge uguale per tutti: e pertanto, fino a quando lorsignori non avranno l’ardire di proporre espulsioni forzate dal paese anche per camorristi, mafiosi ed assassini seriali italiani, il loro discorso non ha le fondamenta per acquisire credibilità.

Tante persone che si riconoscono nei valori di solidarietà e fratellanza svolgono attività in favore dell’affermazione dei diritti degli immigrati per facilitarne l’inclusione sociale. Credo ingoierebbero molto a fatica la polpetta avvelenata, sempre in nome di questa fantomatica stabilità, di accordi e larghe intese con partiti che – ricordiamocelo – si divertivano a compiere raid contro delle povere donne africane, la cui unica colpa era quella di sedersi su un convoglio delle nostre amatissime Ferrovie dello Stato.