Abbiamo sperato davvero nella possibilità che l’accoppiata Prodi -Rodotà si insediasse alla Presidenza della Repubblica e alla Presidenza del Consiglio. Così non é stato e così non sarà, perché  le condizioni oggettive hanno avuto la meglio sulle illusioni e sulle speranze.

Quando un partito arriva a bruciare in quel modo il proprio padre fondatore, significa che la corsa di quella formazione si è conclusa. Del resto, al di là degli errori di Bersani, quello che sorprende è stata la velocità, con la quale si é passati da un candidato scelto con il metodo del via libera preventivo di Berlusconi, ad uno indicato in aperta contrapposizione a Berlusconi, anzi forse il più inviso al cavaliere.

A questo si aggiunga la vergognosa abitudine di acclamare il candidato e di tradirlo protetti dal cappuccio del voto segreto. Le due scelte, opposte nel metodo e nella sostanza, sono avvenute sostanzialmente senza discussione, perché altrimenti il partito sarebbe andato in frantumi.

Questa è la radice del male e della implosione, ed è una radice politica, non riducibile alla teoria del complotto o ai soli errori individuali, che pure non sono mancati. In questo momento, nel Pd, si confrontano confusamente almeno due posizioni per altro non più conciliabili.

Da una parte chi ritiene indispensabile per il Quirinale, ma forse anche per il Governo, una qualche forma di intesa con Berlusconi: “perché comunque ha preso milioni di voti “.

Dall’altra chi ritiene che non si possano fare accordi di alcuna natura con chi ha marciato contro la Costituzione e i tribunali, ha fatto approvare norme per sé e le sue aziende, non intende accettare il principio di uguaglianza del cittadino di fronte alla legge.

Non si tratta di questioni di dettaglio e la divisione data a tanti anni fa, quando si decise che di accantonare il tema del conflitto di interessi perché “divisivo“, e non a caso questa parola ritorna oggi. Prodi e Rodotà sarebbero troppo divisivi, perché hanno nel cuore la Costituzione ed il principio di uguaglianza.

Questo scontro, dentro il Pd, è arrivato alla conclusione e nessuno riuscirà più a ricomporre il vaso andato in frantumi.

A questo punto chi davvero crede che sia arrivato il tempo di ristabilirne il primato dell’interesse generale sui conflitti di interesse, ha il dovere di sostenere senza incertezze la candidatura di Stefano Rodotà. Forse non passerà, ma almeno si farà chiarezza, ci sarà una battaglia politica trasparente tra posizioni diverse.

Non si tratta di fare un piacere ai 5 stelle, che pure avrebbero potuto condurre in modo diverso l’intera vicenda, ma di fare la cosa giusta per l’Italia.

Rodotà, anche suo malgrado, rappresenta in questo momento il simbolo di chi ha sempre creduto nei valori costituzionali e ha contrastato esclusioni sociali, razzismo, intolleranza, bavagli, censure, oscurità ed oscurantismi.

Votarlo oggi, comunque vada, significa fare la scelta giusta anche per il domani.