“Tra di noi uno su quattro ha tradito. Abbiamo prodotto una vicenda di gravità assoluta, sono saltati meccanismi di responsabilità e solidaretà, una giornata drammaticamente peggiore di quella di ieri”. Con queste parole Pierluigi Bersani, in un intervento breve e drammatico all’assemblea del Pd, ha lasciato la guida del partito. E ha così messo il sigillo sullo psicodramma del Partito democratico. Bersani lascia ufficialmente “a decorrere dall’elezione del Presidente della Repubblica”. E aggiungen un’indicazione importante per il prosieguo del voto per il nuovo capo dello Stato: “Domani votiamo scheda bianca e ci riuniamo in assemblea”.

Una decisione anticipata nelle ore precedenti da alcuni parlamentari democratici. Un partito che 12 ore dopo l’acclamazione di Romano Prodi come “candidato forte” si trova a fare i conti con un centinaio di franchi tiratori che hanno ridicolizzato quella che doveva essere l’occasione di riscatto a seguito dello scivolone-Marini. Prima di Bersani, a fotografare la situazione era stato Matteo Orfini: “Il partito non può andare avanti così”. 

Con l’esito della quarta votazione “assolutamente più basso delle aspettative” come l’ha definito Matteo Renzi, il Partito democratico ha quindi bruciato, per la seconda volta in due giorni, il suo candidato ufficiale. Ma mentre Marini ha scelto la via del silenzio, Prodi è intervenuto, in serata, con una nota durissima nei confronti dei vertici del Nazareno: “Oggi mi è stato offerto un compito che molto mi onorava anche se non faceva parte dei programmi della mia vita – puntualizza l’ex premier – Ringrazio coloro che mi hanno ritenuto degno di questo incarico. Il risultato del voto e la dinamica che è alle sue spalle mi inducono a ritenere che non ci siano più le condizioni. Chi mi ha portato a questa decisione deve farsi carico delle sue responsabilità”.

Le votazioni della giornata si sono chiuse con un quarto tentativo di elezione del Presidente della Repubblica che ha ulteriormente spaccato e disorientato il Pd. La prima a fare un passo indietro nella nomenklatura del partito è stata Rosy Bindi che ha lasciato la presidenza dell’assemblea nazionale. “Il 10 aprile ho consegnato a Pierluigi Bersani una lettera di dimissioni da presidente dell’Assemblea nazionale del Pd – spiega in una nota -. Avevo lasciato a lui la valutazione sui tempi e i modi in cui rendere pubblica una decisione maturata da tempo. Ma non intendo attendere oltre”. Bindi lamenta “negli ultimi mesi” di non essere stata “consultata sulla gestione della fase post elettorale” e perciò non intende “portare la responsabilità della cattiva prova offerta dal Pd in questi giorni, in un momento decisivo per la vita delle istituzioni e del Paese”.

Prodi si è fermato a soli 395 voti e nel partito che lo ha proposto ci sono state 101 defezioni. Un “giochino” che per Renzi è segno di slealtà. ”Il segretario del Pd ha chiesto per l’unità del partito di offrire una candidatura molto autorevole – ha spiegato -. A Prodi tutti hanno detto sì, hanno fatto l’applausone, poi hanno fatto il contrario, il giochino dei franchi tiratori che non è una battaglia a viso aperto”. E rimane in attesa del prossimo nome: ”Adesso vediamo cosa proporranno Bersani e il Pd. In queste ore i grandi elettori dovranno sciogliere la matassa”.

Dopo Prodi potrà essere la volta della confluenza su Rodotà? A sentire i dalemiani non se ne parla. Il senatore Nicola Latorre delinea alcuni scenari interni ai democratici e, pur pensando che Massimo D’Alema potrebbe avere le carte in regola per salire al Colle, ai microfoni di SkyTg24 osserva: “Prima di individuare una nuova candidatura bisogna sciogliere il nodo politico di fondo”. Secondo Latorre, “o decidiamo di convergere su una candidatura come quella di Stefano Rodotà, che pur con la sua solida tradizione politica e un indiscutibile spessore morale, rischierebbe però di dividere il Paese. Oppure decidiamo di comportarci come sette anni fa, quando pur potendo eleggere Massimo D’Alema ritirammo la sua candidatura perchè divisiva e mettemmo in campo Giorgio Napolitano che, pur non votato dal centrodestra, non fu certamente osteggiato”. 

E poi c’è Nichi Vendola, che per primo ha evidenziato che “i voti che sono mancati a Prodi vanno cercati nel Pd che paga un’evidente divaricazione di linea politica”. Interrogato sulla possibile candidatura del ministro dell’Interno Cancellieri ha detto di ritenerla una “figura rispettabilissima nei cui confronti non c’è nessuna ostilità. Il vero problema è la scelta delle alleanze, perchè un inciucio tra Pd e Pdl sarebbe un inciucio intollerabile”. Sulla lealtà di Sel nel voto al Professore aveva garantito poco dopo il voto  il capogruppo alla Camera Gennaro Migliore, quando aveva confermato che i parlamentari di Sel avevano “segnato” le schede con ‘R. Prodi’. Secondo Vendola il Pd sta facendo un congresso in una fase drammatica per il paese e Sel è molto arrabbiata perchè i dem mantengono l’Italia dentro una contesa intestina. 

Intervengono sul voto anche alcuni parlamentari del Pd, tra cui Stefano Fassina, tra i fedelissimi del segretario, che attacca i compagni di partito ‘dissidenti’. ”Qualcuno oggi si è preso la responsabilità di fare una scelta molto grave e ora deve avere il coraggio di spiegarsi – dice -. Su un’elezione come quella del Presidente della Repubblica non possiamo permetterci giochini”, e usa così le stesse parole di Matteo Renzi. Duro anche Enrico Gasbarra, deputato del Pd e segretario democratico del Lazio. ”E’ stato un voto assurdo. C’e’ chi sta bruciando la casa dove abita, la stessa casa che i nostri militanti e volontari ogni giorno difendono e sostengono con tanto amore e sacrifici. Questi vili piromani con il volto coperto umiliano il popolo del Pd, terremotano il partito e danneggiano il Paese. Fermatevi per rispetto degli italiani e dei nostri elettori”.