Sondaggi e cali. Sento da settimane la litania che il M5S è in forte calo “perché non si è accordato con il Pd”. E’ una riflessione – non certo un’analisi – fatta puntualmente da chi ha votato Pd o, al massimo, ha scelto M5S in mancanza di meglio (e magari solo al Senato). Capita spesso, in Italia, che si confonda il desiderio personale con la realtà delle cose. Pensate a Repubblica: ogni volta son convinti che il centrosinistra vincerà le elezioni. Perché? Perché lo spera Scalfari, perché lo spera Mauro, perché lo spera Maltese. Poi, ogni volta, il mondo sta da tutt’altra parte (e loro, ogni volta, si stupiscono: “Toh, non l’avrei mai detto”). Qua sta più o meno accadendo la stessa cosa. Il M5S non è in (forte) calo. Lo è se si prende come riferimento il 27-29 che mai ha preso e di cui era accreditato subito dopo il voto. Per alcuni sondaggisti è al 25 (quanto ha preso alla Camera), per altri al 23 (quanto ha preso al Senato). E i sondaggi, sin qui, hanno sempre sottovalutato il M5S. Al raduno agrituristico, Grillo ha esordito dicendo: “Pazienza se perderemo 2-3 punti”.

Probabilmente, se scendesse attorno al 18-20 percento (comunque una cifra altissima), Grillo e Casaleggio sarebbero anche più contenti. Potrebbero restare all’opposizione permanentemente e fungere da pungolo democratico: ciò che sanno fare meglio. La percezione del “calo” è in realtà un sogno di quella sinistra che detesta il Movimento, o di quei grillini-loro-malgrado che credevano di appoggiare una Democrazia Proletaria 2.0. Il M5S non sta subendo nessuna erosione paurosa, al massimo un calo effettivo ma non così gigantesco. (Se poi mi chiedete un parere sulla tattica post-elezioni, ribadisco quanto più volte detto e scritto. Era giustissimo dire “no” a Bersani, che deve abbandonare la politica perché ha sbagliato tutto. Mentre è stato sbagliato restare all’angolo alla seconda consultazione con Napolitano, quando era giusto fare un nome e stanare il centrosinistra).

Lombardi-Troll. Se si impegnasse, non ci riuscirebbe. Non così bene. Se Simpatia Lombardi operasse deliberatamente per non beccarne mezza, non arriverebbe a una tale autoparodia sistematica (e ovviamente involontaria). Il fascismo buono, i portafogli rubati. “Noi non parliamo con le parti sociali, noi siamo le parti sociali” (se Bersani le avesse mollato seduta stante uno schiaffone, o anche solo si fosse alzato lasciandola ai propri deliri, avrei aperto subito il Fan Club “Daje Smacchiatore”). Il “nonno” Napolitano, la sala da dedicare ad “Angelo Siani” (si chiamava Giancarlo, e comunque è già tanto che la Sora Roberta non lo abbia chiamato “Alessandro”). Le pose civettuole mentre la fotografavano con il “capo” Beppe, appena uscita dal Quirinale. Perfino l’accusa di aggressione da parte di un avvocato e militante 5 Stelle, Luigi Picarozzi, che mercoledì scorso a L’aria che tira l’ha tratteggiata come una che nel Lazio conta persino più di Grillo (se il vero guru del M5S è lei, non c’è speranza). Sora Roberta è un mix strepitoso di arroganza, supponenza, dilettantismo e talento da gaffeuse. Scegliere una Capogruppo più inadatta era arduo. Forse la Lombardi non è una militante: è un troll. Un fake creato dal Pd per minare la credibilità del Movimento.

Quirinarie (Parte Uno: la Figuraccia). Prima di tutto: la parola “Quirinarie” è orrenda. E le parole sono importanti. Poi: l’annullamento del primo giorno di voto non cela nessun complotto (per cosa? Per scegliere 10 nomi che erano in larga parte già noti? E via, su) ma è stata una figuraccia mediamente titanica. Se insisti col mito della Rete, e poi non riesci a gestire una votazione neanche troppo complicata, non ne esci benissimo.

Quirinarie (Parte Due: l’Occasionissima). Al tempo stesso, le “Quirinarie” (soffro molto a usare questa parola, sappiatelo) hanno portato alla selezione di 10 nomi stimabili. E largamente migliori di quelli che girano dalle parti del Pd-Pdl (cioè, spesso, dalle stesse parti). La modalità è stata un po’ fantozziana, ma il risultato encomiabile. E qua arriviamo al punto fondamentale, che non ammette chiacchiere, distinguo e voli pindarici da duropuristi. E’ un’occasione storica e il treno non ripasserà. Il prossimo governo, se nascerà, durerà pochi mesi: è importante ma non fondamentale.

Il Presidente della Repubblica, al contrario, è fondamentale. Deciderà buona parte della politica dei prossimi 7 anni. E di un altro Napolitano – con tutto il rispetto – ne faremmo a meno (non siamo tutti Ignazio La Russa o Giulia Innocenzi: ho citato a caso due delle persone “trasversali” che ne vorrebbero il bis). Quindi, cari 5 Stelle e cari centrosinistri: fateci vedere cosa volete. Non è più tempo di nascondersi. Nella decina del M5S ci sono nomi belli, ma (alcuni) senza chance di elezione: Strada, Gabanelli, Fo, Grillo (quest’ultimo nemmeno candidabile perché con precedenti penali). Se vincesse uno di loro, si rischierebbe di morire per troppa purezza, votando “il proprio candidato” non solo nelle prime tre votazioni (probabilmente inutili) ma anche dalla quarta (probabilmente decisiva). Ci sono poi nomi che stanno nel limbo, come Caselli o Imposimato, belli ma che il centrosinistra difficilmente voterebbe (soprattutto il primo, “troppo” giustizialista e percepito come “anti-Grasso”, il nuovo santo intoccabile della quasi-sinistra italiana). Emma Bonino, di colpo, sembra piacere a tutti, perché “è donna e pure laica” (sì, ma è anche stata berlusconiana, contro l’arresto di Cosentino, non troppo critica col diktat bulgaro: eccetera). Sarebbe ovviamente meglio di un D’Alema, ma tutti o quasi sarebbero meglio di un D’Alema. La vedo solo come una meno-peggio.

La presenza di Prodi ha fatto arrabbiare molti grillini, compreso il bizzarramente mazziniano Becchi, che però vivevano sinora su Marte: Prodi è amico di Casaleggio, si stimano, e lo stesso Grillo – prima di chiamarlo “Valium” e “Alzheimer” – nel 2006 votò la sua coalizione. E continua tuttora a stimarlo (nonostante tutto). Non sarebbe un nome nuovo, ma sarebbe pur sempre una persona capace, nonché l’unico che ha sconfitto due volte Berlusconi: eleggerlo significherebbe colpire al cuore Berlusconi (che, da Bari, lancia i soliti segnali di forza malsana e populismo caciottaro: non sottovalutatelo, non ancora). Zagrebelsky è forse il mio nome preferito, ma – temo – troppo “giustizialista” pure lui per un centrosinistra che non vede l’ora di inciuciare (altra parola orribile, ma me la perdonerete).

Quindi? Quindi provate con Rodotà. Persona autorevole, libera, inflessibile. Ai giovanilisti che gli rinfacciano l’anagrafe, ricordo che essere giovani non è in sè un vanto, altrimenti dovremmo asserire che la Lombardi è meglio di Ingrao: di un Renzi sgarzolino faccio a meno, di un Monicelli eterno sento una mancanza fottuta. Domani ci sarà la seconda votazione delle “Quirinarie” (eddai). Verrà scelto il nome vero. Puntate su Rodotà (o, personalmente in quest’ordine: Zagrebelsky, Caselli, Prodi, Imposimato, Bonino). Costringete il Pd a dimostrare chi è e cosa vuole. Stanateli e imponetegli – come in Sicilia – una cosa veramente buona. Cerchiamo di capire finalmente se il Pd è quello dell’ultimo Bersani (tanto condivisibile quanto fuori tempo massimo) e di Civati, o (come credo e temo) dei Letta e dei Franceschini. Scegliete un nome (concreto, non pindarico) che non possa non essere appoggiato. Se voterete Rodotà o Zagrebelsy, e il Pd non vi seguirà, avrete perso (e con voi il paese), ma se non altro avranno tutti ben chiaro la realtà delle cose. Chi paralizza il paese e chi no. Chi vuole il cambiamento e chi no. Chi tiene politicamente in vita Berlusconi e chi no.

E’ un treno che non ripassa, ragazzi. E per i giochetti non c’è più tempo.