Madre, mamma mia, vostra, nostra. E subito qualcuno scuote il capo. Come se il parlare di chi ci ha nutrito affogasse in una densa melassa retorica. Madre che sei nella terra, sia santificato il tuo nome perché se non avessimo avuto a che fare con la tua responsabilità amorosa del darci nutrimento, non saremmo qui a tentare un ragionamento. Nasciamo e respiriamo in un automatismo di appartenenza alla molecolare linfa di questa Madre-Terra, e subito dopo il primo vagito, sottraendoci dalle tenebre, altre madri ci fanno e ci danno quel che è necessario per la nostra sopravvivenza. E lo fanno sempre nel migliore dei modi, continuando per anni a portarci al seno della loro generosità.

Così sono passati i millenni d’evoluzione insieme ad antichi grani, ma ancora si stenta a sentire un grazie collettivo per tutte le donne e gli uomini del mondo che sono madri anche senza esserlo, conoscendo loro l’arte e la sapienza del fare e del dare. Dare senza chiedere. Dare senza rapinare, senza sfregiare, senza voler trasformare tutto in denaro e nella sua vana presunzione.

Nel mentre le madri, tutte le madri che alle volte, ripeto, sono uomini, sotto le bombe ed altre quotidiane esplosioni, costruiscono pranzi, merende e cibi vari, vangano orti e coltivano il necessario con cui, credetemi, si sfama due terzi del mondo. Camminare ed edificare è il loro credo di Sante e di poveri Cristi. Il 2013 è comunque l’anno che segna l’uscita dalla spirale della povertà di un’enorme quantità di Stati del sud del mondo. Madri e Padri, i loro come i nostri, che come Costruttori di futuro sono insostituibili. E quando gli avanza tempo, si concedano il loro primaverile far l’amore con la vita, lontanissimi dalle umane onanistiche, smisurate, sataniche accumulazioni. Liberarci dal nostro male, con una rinnovata spiritualità, è un obbligo morale, politico, di un inestimabile valore sociale. Credetemi, ne va della nostra libertà.

Cantiamo, o preghiamo se preferite, per il ritorno alla saggezza dei singoli e dei popoli, ad una buona economia domestica e all’economia reale, salvaguardando le biodiversità dei semi e dei gesti, delle umane gesta, dando un irrinunciabile valore ad entrambe, dove il perdere gli uni e le altre ci condannerebbe ad una inutile industriale plastificazione dell’anima, delle menti, dei talenti, che ci intorpidirebbe le mani e i pensieri riducendoci ad ubbidienti spaventati cittadini di un mondo di serie B. State certi vi è ancora un Sole dell’avvenire, pieno di falegnami, scienziati, fabbri, poeti, pescatori, artisti, economisti, sarti, gelatai, contadini e di altre mille competenze.

Forse bisogna solo saper prendere ognuno un proprio annaffiatoio e riempirlo con la più pura delle acque, dissetando e ammorbidendo la terra che dovremo coltivare e noi stessi: “Madre nostra che sei ne cieli dai a me e a mio fratello, a mia sorella, oggi e domani il nostro pane quotidiano”.

Tratto da l’Ambasciata Teatrale – Aprile 2013