Intorno c’è un bar. Un negozio di articoli sportivi. Una profumeria. Al centro del grande spazio coperto, nel quale il suono delle canzoni in sottofondo è quasi coperto del vociare delle persone, è un rettangolo coperto da una lastra di cristallo trasparente. Perimetrato sui quattro lati da una sorta di seduta continua. Ci si appoggiano affaticati signori di mezza età con le buste. I loro acquisti. E qualche bambino. Quei pochi che gettano, distrattamente, un’occhiata dentro si accorgono che ci sono tre mosaici romani. Vi sono rappresentate scene marine, murene, pesci, un polpo, una figura che sembra fare surf su un acquario. E’ solo un attimo. Poi lo sguardo torna ad altro. Anche perché non esiste un pannello che dia una qualche informazione su questi resti, fuori contesto.

Facevano parte di una mansio, o stazione di posta, rinvenuta nelle vicinanze. Resti musealizzati ma sostanzialmente “muti”. Siamo al piano interrato della Galleria Commerciale Porta di Roma. Della quale è azionista di maggioranza la Porta di Roma s.r.l., nata dalla fusione tra la Silvano Toti S.p.a, la Holding finanziaria che fa capo al gruppo Toti, e la Parsitalia s.r.l. dell’imprenditore Luca Parnasi.

Il grande centro affacciato sul Gra, zona Roma nord, alla Bufalotta. Una delle cosiddette centralità. Decisa dal Comune, ma costruita dai privati. Un Progetto Urbanistico, inserito nei piani di sviluppo per Roma Capitale secondo la legge 396 del 1990. Una città cresciuta dove una decina di anni fa era campagna. Palazzi, tanti. Di disegno diverso. Strade, anzi viali, che attraversano la zona, collegando i diversi quadranti di questo ambizioso agglomerato. Immersi nei 150 ettari del Parco delle Sabine. Uno degli elementi caratterizzanti dell’intera operazione. Oltre a tantissimi resti archeologici. Che c’erano e non ci sono più. Oltre 20 i siti mappati che nel progetto preliminare avrebbero dovuto trovare spazio.

Non lontano da qui c’era Fidenae, una delle città arcaiche di maggior peso nella poleografia laziale. Proprio per questo la Soprintendenza archeologica di Roma ha preteso indagini preliminari, per saggi. Prima negli anni 1990-1992 e poi tra l’ottobre del 1998 e il 2010. La strategia, la consueta in questi casi. S’interviene con gli scavi nelle aree nelle quali si è previsto di costruire. Quindi si consegnano “libere” da ogni vincolo. Pronte per ospitare nuove opere. Così è stato. Strade basolate, glareatae e tagliate nel banco naturale, tombe di ogni tipo e cronologia, villae sono saltate fuori quasi ovunque. Con la sorte segnata. Anche se nella scheda tecnica della grande operazione immobiliare Porta di Roma si sosteneva che “La conservazione e la valorizzazione delle preesistenze fanno parte integrante del progetto”.

Proprio davanti all’ingresso del Centro Commerciale, sul lato opposto di via Alberto Lionello, bandoni metallici recingono un’area di cantiere. Dentro un’ampia distesa di terra, sembra non ci sia niente. Eppure lì alcuni anni fa è stato individuato un lungo tratto di strada tagliata nel banco. Le pareti della via, incassata, alte fino a 18 metri. La via perfettamente conservata, con le canalette per il deflusso delle acque, ai due lati. Scavata, documentata e ricoperta. Come è accaduto ad altri tratti della stessa via, scoperti in precedenza, già sigillati dalle fondazioni in cemento armato di alcune nuove costruzioni.

Ma il meglio si trova a non molta distanza da qui, lungo via Carmelo Bene, il viale che attraversa per quasi l’intera lunghezza il quartiere. Rettilinei e rotonde fino all’altezza di via Enzo Musumeci Greco. A partire da questo punto, sul lato opposto della rotonda i palazzi s’interrompono. Per riprendere molto più avanti. In questa valletta naturale affacciata sul Gra, si trova un viale alberato che collega pedonalmente i due blocchi di edifici. Un bell’angolo di verde. Una parte di quel parco delle Sabine pubblicizzato dagli ideatori di tutto questo. Peccato che proprio sotto il prato verde, i gelsi e gli oleandri siano stati riseppelliti due tratti di tracciati viari e due aree di necropoli. Quella più antica, di VIII-IX secolo a. C., con tombe a camera, scavate nel banco lungo il declivio sul quale si affacciano i palazzi non lontani da via Musumeci. Tombe dalle quali provengono corredi unici nel loro genere.

Molto più estesa arealmente l’altra necropoli, quella di età repubblicana e soprattutto imperiale. Sepolture alla cappuccina, in anfora, a cassa. Edifici in opera reticolata, altri in opera laterizia. Recinti funerari. Anche qui, tutto documentato. Con relazioni, disegni e fotografie. Anche qui, la speranza, a lungo coltivata tra gli addetti ai lavori, che si potesse musealizzare. Almeno la necropoli più recente. Invece anche qui, niente. Andando sul posto ora è quasi impossibile riconoscere in quell’area a verde uno spazio di grande interesse storico-archeologico. Si è deciso di ricoprire tutto. Senza neppure un pannello che ricordasse le indagini, che descrivesse le scoperte.  

A dire il vero non tutto è stato ricoperto. Fra via Bragaglia e via Ferruccio Amendola, all’interno di un recinto inaccessibile sul quale affaccia un nuovo condominio, ci sono pochi resti di un sepolcro laterizio. Sporge dalle erbacce e dalle cartacce accumulate. Nessuna indicazione su cosa sia, su come sia possibile visitarlo.

Alla Bufalotta va in scena l’ennesimo colpo di mano della speculazione immobiliare romana. Un colpo di mano al Paesaggio che non è costituito solo del verde dei prati e degli alberi e dei colori della natura, ma anche della fisicità della nostra storia antica. Dei monumenti che l’archeologia ha come compito di individuare e di interpretare. La necessità di tutelare e valorizzare. Per evitare di costruire città e territori privati del loro passato. Come in sostanza si è autorizzato, scriteriatamente, che accadesse a questo lembo di agro romano. Dove l’urbanizzazione ha certificato che l’archeologia non è altro che un optional. Un semplice, rinunciabile, elemento di arredo.