La situazione italiana non è esaltante. Siamo in recessione. La disoccupazione è su livelli elevati. Migliaia di imprese chiudono. E grande è il pessimismo delle famiglie e degli investitori.

Alcuni sostengono che si dovrebbe smettere di perseguire politiche di risanamento fiscale e adottare i suggerimenti di Krugman.
Va detto che in effetti ci sono due modi per risanare i conti pubblici: a) aumentare le tasse; b) tagliare la spesa pubblica. Monti ha purtroppo seguito la prima strada, come del resto gran parte dei governi della seconda Repubblica. Questa però è la strada peggiore. Se si aumentano le tasse, si soffoca l’economia, si deprimono i consumi e gli investimenti. La domanda interna si restringe. E questo è in buona parte ciò che stiamo sperimentando. Il pericolo è quello di una spirale viziosa: più tasse, meno crescita, aumento del peso del debito pubblico sul Pil, necessità di ulteriori manovre restrittive e nuova caduta della domanda, con rischio di default.

Viceversa un piano organico di riduzione della spesa pubblica può essere l’occasione per ridefinire i confini dell’intervento pubblico nel paese, per eliminare molte inefficienze legate alla pubblica amministrazione, alla corruzione, all’eccesso di Stato. La spending review dovrebbe servire a questo: a fare scelte. La politica italiana non è capace di fare scelte e invece è ciò che dovrebbe fare. Si devono individuare alcune priorità di medio termine. La scuola, l’innovazione, la difesa dell’ambiente, la difesa dei più poveri, un sistema di infrastrutture per lo sviluppo. Si dovrà invece tagliare in altri campi e ridurre gli sprechi.

Da almeno trenta anni l’Italia ha avuto un grave problema di eccessiva spesa pubblica, non dobbiamo dimenticarlo. Abbiamo accumulato un gigantesco debito pubblico non per contrastare la crisi del 2008-2009, non per salvare le banche, come è avvenuto in quasi tutti gli altri paesi. Abbiamo accumulato un mastodontico debito pubblico dagli anni ’80, perché per lunghissimo tempo spendevamo molto più di quanto avevamo.

La ricetta keynesiana in Italia ha solo creato disastri. Le giovani generazioni dovranno pagare per tutta la loro vita i debiti lasciati loro dalle politiche di eccesso di spesa pubblica! Ricordiamolo.

Krugman in realtà suggerisce di usare uno stimolo di breve durata per far uscire l’economia americana ed europea dalle secche della bassa crescita. Il guaio è che in Italia stiamo faticando non poco per convincere gli investitori che siamo intenzionati a ridurre la troppa spesa pubblica, a risanare i conti pubblici, ad abbattere il debito pubblico. Non solo. In Italia se si autorizzassero i politici, i governi (tecnici o politici o presidenziali) a far crescere la spesa pubblica in deficit si avrebbe immediatamente un effetto simile a una bomba atomica sui mercati. Gli investitori sarebbero terrorizzati dalla scelta di far crescere spesa pubblica e quindi debito pubblico. Una ricetta del genere farebbe schizzare lo spread su livelli astronomici con un effetto drammatico sulla spesa pubblica per interessi e sulla spesa privata (imprese e famiglie) per mutui e prestiti. Altro che maggiore crescita. Si avrebbe meno sviluppo.

Quindi, va assicurata una strategia seria di spending review, un piano di dismissioni del patrimonio pubblico, una lotta senza quartiere all’evasione fiscale.

Tutte le risorse cosi liberate dovrebbero essere usate da un lato per ridurre il debito e dall’altro per tagliare le tasse su imprese e famiglie. Questa è la strada. A questo va aggiunto un processo di riequilibrio del peso del riaggiustamento che gravi sui ricchi e che favorisca i ceti meno abbienti. Serve più equità.

Ma nessuno deve pensare che un ritorno alle politiche di spesa pubblica allegra (quelle del Pentapartito di Craxi, ad esempio) possa essere la soluzione ai nostri problemi.