Ieri ho seguito con interesse la trasmissione televisiva in cui Piero Grasso rispondeva, senza contraddittorio, alle critiche rivoltegli da Marco Travaglio.

Rammento alcuni punti fermi riconosciuti da entrambi: la norma che ha impedito la valutazione finale di Giancarlo Caselli è stata una norma “ad personam”. Grasso si è trovato a concorrere da solo, a causa della applicazione di questa norma, a procedura già aperta. Caselli era l’unico candidato forte contro Grasso. Grasso non ha ritirato la propria candidatura, ma ha ben accettato la nomina.

Partendo da questi dati di fatto riconosciuti dall’ex collega Grasso, tra le tante affermazioni, una in particolare mi ha colpito: la responsabilità della mancata partecipazione alla procedura sarebbe stata secondo Grasso del Csm, il quale nonostante una richiesta formulata da ben 13 consiglieri del Csm stesso non avrebbe trattato in seduta straordinaria la procedura, prima dell’entrata in vigore della norma “anti-Caselli”.

Bisogna però considerare che di fronte a comportamenti di favore (ancorché non richiesti) – e tale certamente è stata negli effetti la norma di cui parliamo – possono essere tenuti diversi atteggiamenti. In questo caso Grasso ben poteva ritirare la propria candidatura e azzerare la procedura, rimettendosi in corsa con altri. Personalmente io avrei fatto così, sia per una questione di dignità personale (mai avrei voluto che qualcuno mi additasse come un “favorito”, ancorché senza alcuna mia richiesta, a maggior ragione perché, per quanto ha spiegato, è convinto che avrebbe vinto comunque quella procedura), sia per  lanciare un messaggio di solidarietà e di protesta contro una norma chiaramente incostituzionale (come tale poi censurata, infatti, dalla Corte Costituzionale) con la quale la politica ha interferito pesantemente sulla nomina di uno dei posti più delicati per la magistratura italiana, quale certamente è la procura nazionale antimafia.

Con tutta la simpatia e la stima che provo per ogni collega, credo sia incontestabile che Pietro Grasso ha invece deciso di avvantaggiarsi di una norma incostituzionale e dell’effetto che questa ha provocato in danno di un collega. Potrebbe essere calzante una metafora calcistica per comprendere cosa sia accaduto: è come se durante una partita di calcio, dopo il pareggio del primo tempo, la federazione calcistica cambi le regole ed escluda tutti i giocatori della squadra avversaria (per un qualsiasi motivo). La partita continua e la squadra favorita dalle nuove regole vince segnando un goal a porta vuota.

La partita è regolare (anche se poi quelle nuove regole verranno annullate) e la squadra vincitrice non ha chiesto nulla in suo favore. Ma è davvero una vittoria, o, piuttosto, il fair play avrebbe imposto di fermarsi dopo il primo tempo?