In un mio precedente post sull’argomento (“Cosa sta uccidendo i delfini del Tirreno?” del 12 febbraio) spiegavo che non eravamo ancora in grado di puntare il dito nella direzione della causa di questo preoccupante e anche triste fenomeno. È passato quasi un mese: possiamo dire qualcosa di più?

Qualcosa si. Innanzitutto: i numeri. La mortalità continua; all’inizio di febbraio le stenelle ritrovate erano una trentina, mentre al termine della prima settimana di marzo siamo a 77. L’incremento delle morti non è esponenziale, come ci si potrebbe aspettare in fenomeni epidemici, ma c’è. Nella seconda metà del periodo di osservazione sono morti più delfini che nella prima, e purtroppo ce ne sono meno nel mare. Non si tratta di grandi numeri considerando che la popolazione si conta in decine di migliaia di esemplari, ma dobbiamo ricordare che le carcasse rivenute sulle spiagge sono solo una parte del totale, e che la mortalità è in atto e nessuno può ancora dire a che punto si fermerà.

In secondo luogo: l’omogeneità del campione, composto integramente da stenelle striate, in grandissima parte adulte. Questo rende qualsiasi ipotesi di agente esterno acuto e diretto (per esempio uno sversamento in mare di materiale tossico oppure rumore) estremamente – se non del tutto – improbabile, perché tale agente esterno avrebbe plausibilmente coinvolto differenti specie di animali marini, oltre che differenti fasce di età delle stenelle. Assai più preoccupante è invece il quadro patologico, che ci presenta una buona metà dei soggetti finora analizzati affetta da morbillivirus, e una percentuale ancora più alta affetta dal patogeno Photobacterium damselae. Questa non è una buona notizia, soprattutto per quanto riguarda il morbillivirus che all’inizio degli anni ’90 menò strage di stenelle striate, proprio qui in Mediterraneo.

Che fare? Purtroppo, nell’immediato non un gran che. Non essendo in grado di andare in giro per il mare a vaccinare delfini, anche se avessimo un vaccino, nulla possiamo fare se non continuare a fare la conta dei cadaveri che i flutti sospingono sulle spiagge, frustrati dall’impotenza di dar manforte ai meravigliosi mammiferi che con la loro presenza arricchiscono il nostro mondo. In senso più allargato, tuttavia, qualcosa si può fare, anzi si deve. I patogeni nelle popolazioni di cetacei ci sono sempre, anche quelli potenzialmente letali come il morbillivirus, ma non causano effetti se non negli organismi deboli, soprattutto quelli immunodepressi. E in Mediterraneo, appunto, il sistema immunitario delle stenelle è indebolito dalla presenza nell’ambiente di composti organici di sintesi come gli organoclorurati, provenienti in buona parte da scarichi industriali e agricoli. Dunque da fare ce n’è. Si tratta di attuare con rigore un efficace contenimento di composti tossici di fabbricazione umana, per evitare che si disperdano nell’ambiente. Questo, tra l’altro, avrebbe effetti positivi per tutti, delfini o esseri umani che siano.

Non voglio concludere senza un apprezzamento per gli sforzi di tutti i soggetti che si stanno adoperando per far fronte, per quanto è possibile, all’emergenza: in parte afferenti ai Ministeri della salute e dell’ambiente, in parte al mondo della ricerca. Rivolgo infine un particolare pensiero alle Capitanerie di porto, di cui si nota con soddisfazione una crescente attenzione per la tutela dell’ambiente marino.