Port Said è una città sfinita da 5 giorni di scontri che hanno preceduto l’attesissima sentenza di appello per gli imputati della strage dello stadio dell’1 febbraio 2012 in cui morirono 74 persone e oltre 1000 rimasero ferite. A Midan Shuhada (la piazza dei martiri), di fronte al quartier generale della polizia dato alle fiamme alcuni giorni fa, circa un centinaio di persone hanno aspettato il verdetto, giunto verso le 10 del mattino. Confermata la pena di morte per 21 tifosi, l’ergastolo per 5 ultras del Masry (la squadra locale della cittadina), assoluzione per 28 imputati, pene tra i 5 e i 15 anni per i restanti, tra cui l’ex direttore della sicurezza di Port Said – uno dei 9 poliziotti sentenziati oggi – punito con 15 anni di reclusione.

La sentenza scatena la rivolta. Negli scontri nel centro del Cairo tre persone, fra cui – secondo la stampa egiziana – anche un bambino di otto anni, muoiono. In fiamme un circolo ricreativo della polizia e la sede della Federazione calcio egiziana oltre a due ristoranti di popolari catene di fast food nel centro cittadino. Diciannove i feriti. Nel Sinai il ministero dell’Interno innalza al massimo il livello di allerta, dopo avere ricevuto indicazioni di un possibile attacco di elementi jihadisti contro sedi della polizia.

Il dolore dei parenti degli imputati si scatena tra urla e pianti. “Mio figlio ha solo 18 anni e ora ne dovrà passare 25 in carcere”, dice tra le lacrime la madre di uno degli ultras condannati all’ergastolo. La rabbia degli abitanti di Port Said sembra ormai esseri trasformata in disperazione. La cittadina, dalla strage dello stadio in poi e in particolare da gennaio, con la prima sentenza, è stata trasformata in un teatro di guerra che ha toccato tutti. Non c’è famiglia che non abbia un parente coinvolto, o come imputato nel processo o come “shuhada”, i morti nella strage o nelle rivolte che ne sono seguite e che, solo negli ultimi due mesi, hanno fatto almeno 60 vittime.

“La nostra è una piccola comunità – spiega Fatima venuta in piazza per solidarizzare con le vittime – ci sentiamo tirati in mezzo per fini politici, noi non siamo il Cairo e tutto quello che sta succedendo è un’enorme tragedia”. La sentenza di oggi si inserisce in un momento particolarmente difficile per il Paese. Il risultato di questa sanguinosa instabilità non può che sfociare in una feroce opposizione al governo Morsi e al ministero dell’Interno cui fa capo la polizia. Due giorni fa il tribunale amministrativo ha annullato le elezioni legislative indette a partire dal 22 aprile per il rinnovo dell’assemblea del popolo, perché il presidente egiziano le ha indette senza prima rinviare la legge elettorale alla corte costituzionale che ne doveva verificare la conformità ai suoi rilievi. Da giorni, poi, è in corso uno sciopero delle forze di polizia in 13 dei 28 governatorati egiziani per chiedere le dimissioni del ministro dell’Interno.

“Morsi se ne deve andare – dice Ahmed, lavoratore del canale di Suez – dall’inizio del suo mandato la disoccupazione è aumentata, non c’è lavoro, anche il turismo sta collassando e se il presidente resta in carica non avremo futuro”. La rabbia è grande anche nei confronti della polizia e delle forze di sicurezza centrali. “Mio figlio è stato ucciso da tre colpi sparati da un poliziotto mentre attraversava una manifestazione per tornare a casa – spiega la madre di Karim, 24 anni, deceduto a inizio marzo in ospedale – ci sentiamo sotto attacco da parte del ministero dell’Interno”. L’unica fiducia che i cittadini egiziani ancora nutrono è verso i militari: un triste deja vù per l’Egitto che vede aggravarsi l’instabilità politica ed economica del paese.

Per il 10 marzo i Red devils, gli ultras dell’Ahly, e i Green knights, supporter del Port Said, hanno annunciato “la giornata delle vendetta”. Una vendetta che ha già il sapore del sangue.