Il criminale più creativo e bohémienne di tutti i tempi, il Dillinger italiano. Al secolo, Ezio Barbieri, che, a cavallo degli anni Quaranta, si rese protagonista di una serie di rapine leggendarie; e poi dopo, una volta arrestato, della più famosa rivolta carceraria di tutti i tempi; infine, durante il periodo della ‘casanza’, di una serie di azioni in favore dei detenuti. Ma c’è di più. Si dice anche che nel 1946, una volta arrestato (uscirà solo nel 1971), metà di un intero quartiere di Milano (il quartiere Isola) fosse suo. E che i prestanome, cui aveva affidato il compito di gestire gli affari in sua assenza, non si siano più fatti trovare. Oggi, proprio al quartiere Isola, dalle ore 17.30, presso lo Spazio Mercury di via Thaon di Revel 21, in collaborazione con l’Associazione Antigone, sarà presentata la sua biografia: il libro Il bandito dell’Isola (Milieu editore, di Nicola Erba).

Ebbene, Ezio Barbieri arriverà oggi a Milano? Perché sono molti a chiederselo. Non solo chi lo ha amato per le sue imprese temerarie, ma anche chi tuttora lo teme e chi, come i tanti sbirri di un tempo, lo ha dovuto seguire passo passo nelle sue peripezie, prima come bandito gentiluomo e poi come carcerato refrattario alla carcerazione, un uomo capace di evasioni incredibili. Be’, tranquillizziamo subito tutti: probabilmente Barbieri, che oggi è un ragazzo novantenne, non rientrerà a Milano dopo tanti anni (è convalescente in Sicilia). Ma siccome tutto è possibile per quello che è passato alla leggende come il Robin Hood di via Borsieri, stiano all’occhio i suoi nemici… E sperino invece gli ammiratori (e le tante ammiratrici di un tempo). Evadere per Barbieri è sempre stato un gioco da ragazzi.

Perché chi è stato Ezio Barbieri? Tra il 1944 e il 1946 fu il bandito gentiluomo per eccellenza, il primo di una stirpe che si sarebbe estinta con il passare degli anni. Era, quella, un’epoca in cui c’era chi si arricchiva con la borsa nera (cui Barbieri provvedeva a svaligiare i covi e ridistribuire i proventi), ma anche in cui di armi ne giravano parecchie, e saltare il bancone di una banca era un gioco da ragazzi. Il problema era solo quello di presentarsi prima della Banda del lunedì e di tutte le altre bande della ligera (la vecchia malavita milanese), altrimenti le casse erano vuote. Il covo di Ezio Barbieri era l’Isola di Milano, quartiere un tempo inespugnabile e oggi regno incontrastato delle speculazioni immobiliari e dei grattacieli. Un mondo diventato sottosopra. Ma ai tempi di Barbieri, quando il controllo delle strade contava più di quello della finanza, la sua banda partiva da lì per le sue azioni celebri, come le rapine con il posto di blocco, che temerariamente faceva a un passo dalla Questura. O come la rapina con la donna nuda, con una esponente del gentil sesso che senza veli distraeva i cassieri, mentre la banda ripuliva le casse. Espropri, li avrebbero chiamati anni dopo, fatti contro chi prima aveva speculato sulla guerra e ora speculava sulla povertà del dopoguerra. Rapine fatte per la prima volta con un’auto, un’Aprilia nera con la targa falsa 777 (come il numero di telefono della questura).

Non solo smargiassate, però. Perché Barbieri “l’antesignano” era abile anche nelle fughe. Dapprima dai rastrellamenti della Legione Muti, che spesso aveva raggirato compiendo rapine travestito da colonnello delle Brigate nere. Quindi dalla polizia e dalla Questura, che dopo il 25 Aprile era ancora sotto il controllo dei vecchi apparati fascisti. Il 21 aprile del 1946, nel carcere di San Vittore, Barbieri fu anche uno dei sobillatori della maggiore rivolta carceraria che si ricordi, la cosiddetta Pasqua Rossa: per quattro giorni i detenuti occuparono il carcere, e solo dopo infinite trattative dovettero arrendersi. Anche perché la maggior parte di loro, una volta trovate le vettovaglie, non esitò a bere l’impossibile. E l’ubriacatura generale non favorì certo l’esito della sommossa.

Per il bandito dell’Isola si aprirono le porte dei peggiori penitenziari e manicomi criminali del Belpaese. Per ironia della sorte, tutte isole: Santo Stefano (l’isola del Diavolo italiana), Portolongone (la Cayenna mediterranea) e Barcellona Pozzo di Gotto (un OPG in Sicilia). Lì Barbieri conobbe, e spesso aiutò, il gotha delle criminalità italiana: Ugo Ciappina (della Banda di via Osoppo), Frank Tre Dita Coppola (padre di Francis Turatello), Luciano Liggio (cui Barbieri praticava massaggi prostatici), Badalamenti e Mutolo. Ma ciò nonostante, e soprattutto nonostante la detenzione alienante e le torture, continuò a lottare e a immaginare una forma di detenzione più umana e più utile. In carcere sposò anche una ragazza con la quale aveva cominciato una relazione epistolare, e con la quale si fermerà poi a vivere in Sicilia una volta riottenuta la libertà… nel 1971, dopo 25 anni di detenzione. Non tornerà più nel vecchio quartiere, ma rimarrà a vivere nella sua ultima isola, la Sicilia, insieme alla moglie. E di sicuro oggi la sua figura alla Dillinger non comparirà a Milano per la presentazione del bel libro a lui dedicato. Ma se vedete in giro una vecchia Aprilia nera targata 777…