«L’ultima rivoluzione politica, la rivoluzione contro il clero politico e l’usurpazione potenzialmente iscritta nella delega resta ancora tutta da fare».

Così scriveva nel 1990 il grande sociologo anti-establishment Pierre Bourdieu. Forse è giunto il momento per accontentarlo, se non altro a livello di sfoltitura di tale clero. Perché la situazione che stiamo vivendo è segnata chiaramente da cose che possiamo attenderci e altre in cui è del tutto velleitario sperare. Per esempio resta altamente improbabile che riescano a mettersi sulla stessa lunghezza d’onda i due personaggi che controllano i passaggi obbligati per il riassetto del quadro politico post tsunami: il vecchio comunista da regime Giorgio Napolitano, il quale ragiona ancora nell’ottica togliattiana delle “larghe intese” negoziate affinché il controllo degli apparati sulla società prosegua indisturbato, e Beppe Grillo, ormai completamente immedesimato nella parte del Libertador (faro di una rivoluzione romantica che scaccia dalle nostre città i cacicchi di partito).

Facile prevedere una totale, reciproca, sordità tra il custode di antiche logiche burocratiche e il nuovo Simon Bolivar sceso da Sant’Ilario. Dunque, altrettanto conseguente ritenere che ogni tentativo di raggiungere un equilibrio purchessia di medio periodo per ora è iscritto nel registro delle impossibilità. Come stiamo dicendo un po’ tutti, alla fase conclusa con le elezioni di febbraio fa seguito un intervallo che deve predisporci al secondo tempo della partita. Break utilmente destinabile a liberare il campo da una serie di presenze moleste; che da una vita disturbano lo svolgimento della partita pubblica con i loro falli, le inadeguatezze e – soprattutto – con i più spudorati inquinamenti all’insegna delle compravendite.

Il primo personaggio su cui varrebbe la pena di concentrare la nostra massima attenzione è “il capoccia della banda degli zingari” che truccavano i risultati (tra l’altro): Silvio Berlusconi, contro la cui illegittimità quale eletto del popolo italiano, in quanto titolare di concessioni pubbliche, MicroMega sta raccogliendo le firme. Chi scrive ha già sottoscritto e invita gli amici a farlo. Del resto ce lo diceva già un ventennio fa Paolo Sylos Labini: meglio tardi che mai. Ma forse si potrebbe proseguire nell’azione liberatoria sventolando cartellino rosso anche ai furbissimi che ora si collocano in posizione di “riserva della Repubblica”, tipo i gemelli in cinismo di Italianieuropei Massimo D’Alema e Giuliano Amato. Il primo aveva garantito (tra l’entusiasmo generale) la propria intenzione di farsi da parte e ora viene segnalato tessere tele avvelenate con il suo interfaccia dell’altra sponda Gianni Letta. Qualcuno gli dica di smettere, visto che il tasso generale di non sopportazione nei suoi confronti ha raggiunto livelli himalaiani: qualunque cosa dica o faccia suscita rigetto, fuori dalla cerchia del medio apparato post-Pci. L’altro, liberato dall’incubo del fax che partiva da Hammamet ogni volta che tirava fuori il capino di craxiano apostata, viene ipotizzato persino come successore di Napolitano; ma solo da quelli del suo circuito: le ultime raffiche sopravvissute della Prima Repubblica, come Eugenio Scalfari. Qualcuno li informi che sono fuori tempo massimo. Ecco, il bello di questa stagione è che ormai tutti i mascheroni della scena politica del ventennio trascorso stanno inevitabilmente avvizzendo, tanto da non essere più riproponibili: dallo zio di Piacenza Bersani alla iena ridens per ogni stagione Cicchitto, dalla signora birignao Finocchiaro al maestro precoce nell’arte di inginocchiarsi Alfano.

Per non tacere il miracolato dall’aver perso le primarie, il giovane/vecchio democristiano Renzi (il quale – quindi – può lasciar intendere che “se fosse stato lui il leader”…avrebbe perso come l’altro, vista la collocazione paramontiana/giannino liberista-restaurativa-filo-banche-e-affini che incarna; non propriamente di successo). Insomma, se ancora non possiamo costruire il futuro, almeno si può realizzare un bel repulisti del passato. La vecchia politica si metterebbe in linea con il vento che sta spirando se non proponesse più stratagemmi ormai risaputi o facce di riciclo; e iniziasse a puntare su personaggi mai lambiti da inquinamenti tossici: come Stefano Rodotà, eccellente potenziale Presidente della Repubblica, e Fabrizio Barca, l’unico della infornata dei tecnici che abbia mantenuto il profilo per reggere un governo di transizione.