Quando ammazzarono Paolo Borsellino io avevo solo due anni. Ho sempre immaginato quel 19 Luglio. Una Sicilia rovente, città deserte, volti arsi dal calore estivo e una miriade di pupille infuocate che imploravano al sole di sospendere il suo furore. Perché tutto è sospeso da noi e anche il sole non può che adeguarsi. Sospesi gli sguardi, i passi, le strette di mano e persino le idee. Galleggiamo in un limbo, in cui tutto è confuso, incerto, sfumato.

Viviamo in apnea in una terra di mezzo, dove non siamo né in guerra né in pace, né tristi né felici, ma fermi. Stiamo lì, seduti in platea da anni, spettatori eterni, in attesa che ci restituiscano la nostra regione, mai pronti a prendercela, mai pronti a salire sul palcoscenico.

Paolo Borsellino era diverso. Era l’altra Sicilia. Quella libera e talentuosa: era la Sicilia della dignità. Negli anni ho commemorato il giudice Borsellino, ho letto e visto le interviste, studiato la sua attività e ho capito che per lui la lotta alla mafia era un’operazione culturale. Dovevamo cambiare noi, dovevamo ribellarci, dovevamo aprire gli occhi e disinnescare il nostro parassitismo. È per fare questo che Borsellino non ha mai abbandonato Palermo.

Da giudice ha eseguito il suo lavoro chirurgicamente, da uomo libero e onesto ha chiesto ai siciliani di “sentire la bellezza del fresco profumo della libertà”. Senza mai smettere di crederci.

Oggi io ho 22 anni e ho lasciato la mia terra, come tanti altri ragazzi e ragazze in cerca di un futuro. In Sicilia ogni anno c’è un esodo: studenti, lavoratori, giovani, tutti senza speranza e in fuga. Da noi circola un detto popolare: “cu nesci arrinesci”, chi va via, riesce, si realizza, insomma ce la fa. Come se fosse inguaribile e maligno il cancro che mortifica la nostra libertà. Come se per soddisfare l’anelito di speranza, condizione necessaria e sufficiente sia partire. Vent’anni fa, invece, sembrava che stesse sbocciando una nuova era, una rivoluzione arancione, un vento primaverile, leggero ma rigenerante. In realtà è stato un miraggio, un’illusione bellissima, una parentesi straordinaria. Vedendo come siamo ridotti oggi, infatti, capiamo di non aver coltivato quel seme di cambiamento.

Pertanto, se incontrassi Borsellino oggi cosa gli direi? Dottore me ne sono andato perché non c’è prospettiva, perché se non chiedi a “chi-sai-tu” non ti fanno nemmeno staccare i biglietti all’ingresso dei teatri, perché se vuoi lavorare o stai alle regole o niente. Me ne sono andato perché a 22 anni sono già disilluso. Disilluso, sì, dai plebisciti che hanno incoronato Cuffaro, dai politici rapaci, dal voto di scambio, dalla sfacciataggine con cui ti promettono mari e monti. Disilluso da un Paese che fa lievitare i consensi a Berlusconi dopo quattro comparsate televisive, che si fida ancora dei maggiordomi travestiti da giornalisti.

Se incontrassi Borsellino oggi cosa mi direbbe? Che ho fatto la scelta più facile, che a fare le valigie e scappare siamo bravi tutti, che se facciamo tutti così non cambierà mai niente, che siamo buoni solo a parlare. Mi direbbe che il sistema lo abbattiamo solo se tutti insieme, ognuno facendo bene il proprio mestiere, restiamo. Direbbe che siamo egoisti perché andiamo via dallo sconforto che proviamo faticando ogni singolo giorno, sapendo già che non ci sarà data alcuna opportunità? Ma forse è solo vigliaccheria, scuse, chiacchiere… Forse veramente siamo buoni soltanto a parlare. Solo che non sappiamo più di chi fidarci, a chi dare ascolto, con chi interloquire per parlare di futuro. Prima c’erano loro: Borsellino, Falcone, Chinnici e gli altri del “pool”, che al di là dell’impegno professionale, erano necessari alla Sicilia. Completavano il quadro di un luogo incantato. Una terra di meraviglie, di natura selvaggia, di colori e sapori, dove solo l’uomo sembra fuori luogo.

Loro, invece, erano più che giudici, erano parte di un ecosistema, puliti e nitidi come i nostri mari e le nostre montagne. La loro forza era l’essere rimasti, l’aver dimostrato che le cose devono e possono cambiare, ma non basta volerlo, bisogna bramarlo. Non dobbiamo protestare solo quando la crisi ci tocca da vicino e ci svuota le tasche, dobbiamo farlo prima, per chiedere il rispetto della legalità, dei valori costituzionali, dell’etica pubblica, del pluralismo e della democrazia. Fino ad allora sarà sempre tutto sospeso e noi continueremo a stare in platea. Se incontrassi Borsellino oggi, alla fine, gli direi: «Dottore, mi scusi. Ci scusi.»

Giuseppe Barca