In questi tempi grigi in cui l’aria è pesante e si discute solo di possibili scenari catastrofici , andare al cinema a vedere Django Unchained è stata davvero una manna dal cielo. Tre ore (percepite solo due) di spettacolo puro, di evasione totale, ma, sotto sotto, anche tematiche di un certo spessore. Ho dovuto ricredermi su quanto ho detto in passato su Tarantino che, con molta disinvoltura, ha fatto proprie cose altrui pescando a piene mani dal patrimonio cinematografico di registi come Samuel Fuller, Sam Peckinpah, Don Siegel e tanti altri. Questo è vero ma dopo Django Unchained glielo si perdona volentieri.

Anche Django non è che sia tutta farina del suo sacco. Questa volta è da Sergio Corbucci, (alias Sidney Corbett) dal suo Django del 1966 che Tarantino ha tratto ispirazione. Storia totalmente diversa, ma rimane il personaggio del titolo che è interpretato da Franco Nero. Morandini dice del film di Corbucci: “dopo 3 minuti ci sono 9 morti ammazzati, allo scoccare della mezz’ora siamo a quota 48”. Bisognerebbe contare i cadaveri in quello di Tarantino, aggiungo io, ma il numero dei morti ammazzati è cosa secondaria. Il film di Tarantino infatti ha splendidi dialoghi e alcune trovate ironiche e deliranti di altissima qualità quali la scena dei cappucci stile ku klux klan davvero inarrivabile in quanto a crescendo di delirio dei dialoghi. Inoltre la coppia di protagonisti (Django e il Dottor Schultz) funziona a meraviglia, come poche altre coppie nella storia del cinema.

Il guaio è che si esce dal cinema troppo soddisfatti e divertiti per i tempi che corrono ed è sufficiente poco dopo l’apparizione della faccia di Monti su un canale televisivo per farti venire voglia di trasformarti in Django e risolvere le cose a modo suo. Poi naturalmente rinunci (non foss’altro per mancanza del phisique du role) e non ti rimane che sublimare nel modo migliore che riesci a trovare. Comunque uno splendido omaggio, quello di Tarantino, ad un genere cinematografico che non ci era dato più di godersi.